CURIOSITA'

Ferrazzano è un borgo dal fascino autentico, ricco di storia, tradizioni e cultura popolare. Passeggiando tra le sue strade è possibile scoprire scorci caratteristici, testimonianze artistiche e antiche usanze che raccontano l’identità della comunità.

Il paese è famoso per le sue manifestazioni tradizionali, come la Maitenata, e per eventi che celebrano la cultura, la musica e la poesia locali. Non mancano le eccellenze artigianali, come il tombolo, che ancora oggi viene tramandato di generazione in generazione, e la gastronomia tipica, con piatti che custodiscono i sapori e la storia del territorio.

Ogni angolo di Ferrazzano ha una storia da raccontare: dai vicoli del centro storico agli scorci panoramici che abbracciano la valle circostante, il borgo invita a scoprire piccoli dettagli, curiosità e tradizioni spesso sconosciute ai visitatori.

Scoprire Ferrazzano significa immergersi in un mondo fatto di cultura, folclore e autenticità, vivendo esperienze che rendono ogni visita unica e memorabile.

LEGGENDE E MISTERI 🏰


Ferrazzano tra Storia e Mistero: Le Leggende del Castello Carafa


Tra pietre antiche che raccontano battaglie, fasti nobiliari e silenzi secolari, il Castello Carafa non è soltanto un monumento di storia e architettura: è anche custode di racconti sussurrati, tramandati nelle sere d’inverno e tra le sue possenti mura.

Una delle credenze più intramontabili riguarda l'esistenza di un antico passaggio sotterraneo, una galleria segreta che collegherebbe direttamente il castello di Ferrazzano a quello di Campobasso. Si narra che questo tunnel servisse ai signori locali per sfuggire agli assedi o per incontri segreti; ancora oggi, nelle notti di silenzio assoluto, si dice che appoggiando l'orecchio al suolo in alcuni punti del centro storico si possa avvertire il rimbombo dei passi degli antichi cavalieri che percorrono quel sentiero invisibile.

Strettamente legata a questi sotterranei è la leggenda della Grotta dello Stendardo. Si racconta che questo passaggio segreto avesse la sua uscita proprio in un ammasso roccioso alle pendici del paese; una via di fuga strategica che i Signori del maniero utilizzavano per mettere in salvo non solo le proprie vite e i propri tesori, ma anche le preziose insegne e i vessilli di famiglia – gli stendardi, appunto – affinché non cadessero in mano nemica.

Ma il castello nasconde anche echi più oscuri e inquietanti, come il Jus Primae Noctis. Nelle notti di plenilunio, le fantasie più spinte credono di sentire ancora, in una certa ala della rocca, le voci e i lamenti di giovani spose contadine. La leggenda rimanda alla spregevole prepotenza dei signori feudali che reclamavano il diritto di trascorrere la prima notte di nozze con le fanciulle del borgo, un'ombra del passato che sembra ancora aleggiare tra le mura quando le opache nebbie invernali avvolgono il maniero.

Ogni borgo conserva però più di un segreto, e quello di Ferrazzano ha anche il volto curioso e imprevedibile di un piccolo folletto. È qui che prende vita la leggenda del Mazzamauriello, figura sospesa tra mistero e sorriso, capace di intrecciare passato e immaginazione. Secondo la tradizione, questo spirito burlone abita proprio tra le mura della rocca e nei corridoi che portano alle profondità della terra: dispettoso ma talvolta benevolo, può aiutare chi dimostra rispetto per il luogo e per le sue storie, oppure giocare scherzi a chi lo ignora.

La leggenda parla di rumori misteriosi, luci che sembrano muoversi da sole, oggetti che cambiano posto e, in alcune versioni, di un anello magico custodito dal folletto, simbolo della sua natura enigmatica e della connessione tra il mondo visibile e quello dell’immaginario. Figura diffusa nel folklore del centro-sud, il Mazzamauriello incarna un’originale ambivalenza: può portare fortuna e prosperità, ma anche sventure se contrariato.

Questa storia riflette la capacità della comunità di trasmettere memoria e valori attraverso il folklore, creando un legame indissolubile tra lo spazio fisico — il castello, le torri e i sotterranei — e la dimensione immateriale dei racconti tramandati di generazione in generazione. Oggi, tra il mito del passaggio segreto, l'eco dei passi antichi e le prodezze del folletto, la leggenda continua a vivere durante visite guidate e incontri culturali, trasformando la tradizione orale in uno straordinario strumento di educazione e valorizzazione del borgo. Il Mazzamauriello diventa così il simbolo di una continuità tra passato e presente, invitando chiunque attraversi Ferrazzano a guardare oltre la pietra, laddove la storia si fa magia.

Informazioni tratte dal libro "Ferrazzano nella storia" di Luigi Baranello

e dal "Documentario Ferrazzano" tratto dal canale YouTube QuotidianoWEB

https://www.youtube.com/watch?v=SfQ5v0WdUSk&t=955s


Segreti antichi: Olio e acqua per sciogliere il malocchio


Il malocchio, tradizione popolare molto sentita nel Sud Italia, in particolare in Campania, è diffuso anche in Molise, e a Ferrazzano è considerato un fenomeno reale, da curare con riti specifici.

I sintomi principali includono mal di testa, nausea e agitazione, causati da invidia o maldicenze, spesso anche involontarie.

Per liberarsi dal malocchio, la tradizione affida il compito a donne adulte esperte, che tramandano la “formula magica” – preghiere e rituali per sciogliere la jettatura – solo a persone fidate della famiglia, solitamente nella notte di Natale, momento ritenuto carico di potere protettivo.

Il rito più diffuso utilizza olio d’oliva e acqua: le gocce d’olio versate nell’acqua rivelano se la persona è stata colpita e quanto è recente l’influsso. Attraverso gesti simbolici, segreti e ripetizioni rituali, il paziente viene liberato dai sintomi, mostrando come questa pratica rappresenti un patrimonio immateriale della comunità, che unisce sapienza popolare, spiritualità e tradizione.


🕯️ Štèva ’na vota... il cuore narrante di Ferrazzano (annedoti)


Vertecchiélle e il Tamburino Magico


Nei racconti che seguono, il lettore non troverà soltanto semplici storie, ma frammenti di un’anima collettiva che il tempo rischiava di sbiadire. Grazie alla preziosa opera di Giovannino Roccia, abbiamo il privilegio di riscoprire quegli aneddoti che per secoli hanno abitato i vicoli e le campagne di Ferrazzano.

Di seguito si riportano alcuni aneddoti che l'autore ha promosso nel suo libro "Štèva 'na vota a Ferrazzane", un misto tra fantasia e realtà tramandato oralmente nel tempo.

Le origini: Un "Ultimino" piccino picciò

In un misero tugurio vicino alla contrada Potete, viveva la famiglia di Valente "il postulante", un uomo poverissimo con dodici figli. Quando nacque il tredicesimo, il piccolo era così minuto (pesava meno di un chilo) che fu chiamato Ultimino. Ma per tutti divenne Vertecchiélle, perché piccolo come il rocchetto di legno (verticchie) che serve a far girare il fuso.

Nonostante la statura, Vertecchiélle cresce vispo e forte della sua libertà: si costruisce una casa nel tronco cavo di un grande albero e diventa amico degli animali del bosco.

L'incontro con la magia

Un giorno, a una fiera, Vertecchiélle recupera una moneta d'oro per un mercante infilando la sua manina in una fessura strettissima. Per ricompensa chiede un vecchio tamburino malandato. Presto scopre che l'oggetto è fatato: se percosso a ritmo di filastrocca ("Pùmpete, pùmpete e tté..."), il tamburo risponde ed esegue ordini magici, a patto che siano formulati in rima e a beneficio del prossimo.

L'eroe in guerra

Quando il bellicoso Re Malaspo di Odiolandia dichiara guerra al pacifico Re Fusolesto di Sorridonia, tutti i fratelli di Vertecchiélle vengono arruolati. Anche il piccolo parte come volontario nel ruolo di tamburino. La guerra sembra persa, ma Vertecchiélle usa il suo potere per salvare l'esercito:

  1. Al Granfiume: "Inghiotte" le acque del fiume nel proprio corpo per far passare i soldati e poi le rilascia per travolgere i nemici.

  2. All'Altomonte: Fa aprire la montagna per permettere la fuga ai compagni e poi la richiude, seppellendo per sempre l'esercito nemico e ponendo fine alla guerra.

Il lieto fine e la ricompensa

Tornata la pace, il tamburo sembra aver perso i suoi poteri. Tuttavia, Re Fusolesto non dimentica l'eroismo del piccolo soldato. Quando il Re gli offre una ricompensa, Vertecchiélle chiede per la sua famiglia la tenuta di Fontanarosa, il sogno di una vita dei suoi genitori.

Per sé, invece, trova qualcosa di ancora più prezioso: l'amore. Il Re gli presenta Primula, la figlia del nano di corte, minuta come lui. I due si innamorano all'istante e, invece di vivere nella grande villa, decidono di abitare nel nido nel bosco, dove ancora oggi, tra il canto degli uccellini, si dice si possa sentire il ritmo felice del tamburino di Vertecchiélle.


"Cuóseme" (Cosimo)


La storia si apre con il quadro tipico di una famiglia di un tempo riunita a tavola (la buffètta) per la cena. Tra un boccone e l'altro, i componenti discutono delle necessità quotidiane: il padre Pasquale spera in un buon raccolto d'uva per comprare corredo e vestiti alla figlia e alla moglie, mentre il piccolo Minuccio reclama una trottola (štrùmmele) nuova. In un angolo, il nonno Cosimo (Cuóseme) ascolta in silenzio, pensando solo al suo amato tabacco scadente da fumare nella pipa di creta.

Il sussulto della terra All'improvviso, la tranquillità viene spezzata da una forte scossa di terremoto. I piatti tintinnano, le sedie scivolano e fuori scoppia il panico. Le grida della gente in strada invocano il perdono divino e la salvezza. Tutta la famiglia corre fuori per mettersi in salvo, unendosi alla folla che trema per l'imminente pericolo di un nuovo crollo.

L’imperturbabile Cosimo Una volta in strada, la famiglia si accorge con orrore che nonno Cosimo è rimasto in casa. Iniziano a chiamarlo a gran voce, implorandolo di scendere per amore di Dio o per l'affetto verso i nipotini. Ma il vecchio, seduto comodamente al suo posto, continua a mangiare con una calma surreale, rispondendo che sta benissimo dove si trova.

La morale di un uomo "satulle" A chi gli urla che rischia di morire schiacciato dalle macerie della casa, Cosimo risponde con una logica disarmante e ironica. Chiede cosa accadrebbe se la casa crollasse e, alla risposta terrorizzata dei parenti ("Potresti morire!"), replica con fermezza:

"E che me ne 'mporta a mé ca me more ?! Se me more, alméne ... more satulle!" > (E cosa me ne importa se muoio?! Se muoio, almeno... muoio sazio!)

Per il vecchio Cosimo, che aveva conosciuto la fame e la fatica di una vita intera, il rischio della morte era nulla rispetto al piacere di terminare un pasto abbondante e godersi l'ultima fumata di pipa in santa pace. La storia si chiude con lui che, indifferente al sisma, si prepara a riposare le vecchie ossa sul suo materasso di foglie di granturco (scarfuóglie).


Il tesoro della chiesa di San Martino ai Colli


 Un tempo, l'agro di Ferrazzano era punteggiato da numerose chiese, tra cui quella di San Martino ai Colli. Sebbene dell'edificio non restino oggi che tracce invisibili, la memoria popolare ha tramandato una leggenda inquietante: sotto le sue rovine sarebbe sepolto un immenso tesoro accumulato dai religiosi nei secoli. Tuttavia, il recupero è vincolato a una condizione terribile: la ricerca deve essere compiuta da una terna di persone, ma la maledizione vuole che solo due tornino indietro, mentre il terzo sia destinato a perire durante la fuga.

Il piano dei due amici e l'esca sacrificale Per anni, il timore del "salatissimo scotto" tiene lontani i curiosi. Una sera, però, due giovani amici decidono di tentare l'impresa usando l'astuzia. Pensano di aggirare la maledizione portando con sé un cane randagio come terzo membro del gruppo, destinandolo a essere l'ignara vittima sacrificale. Blandiscono l'animale con il cibo finché questo non diventa la loro ombra, camminando sempre fedelmente in mezzo a loro.

La notte della ricerca In una notte di luna piena, i due si recano ai ruderi della chiesa con attrezzi, sacchi e il cane al seguito. L'atmosfera è tesa: sanno che il vero pericolo si manifesterà solo dopo il ritrovamento del malloppo. Mentre iniziano a scavare con speranza e timore, un leggero venticello agita le fronde degli alberi e il silenzio notturno viene rotto da quella che sembra una voce d'oltretomba.

L'ammonimento e la fuga La voce (o forse la loro coscienza tormentata dalla suggestione) recita una quartina inequivocabile in dialetto:

"Ve séte fatte male ri cunte, / la furbizia qua nen conta; / avata èsse tré creštiane! / Qua nen vàlene ri cane!" (Avete fatto male i conti, la furbizia qui non conta; dovevate essere tre persone! Qui non valgono i cani).

Terrorizzati dalla scoperta che la maledizione richiede esplicitamente tre esseri umani e che il loro stratagemma è fallito, i due giovani fuggono a gambe levate, con il cane che fatica a star loro dietro. Il tesoro, se mai è esistito, resta ancora oggi sepolto tra i campi coltivati di Ferrazzano, protetto da un enigma che nessuno ha più avuto il coraggio di sfidare.


"I’ te canósche pire" (Io ti conosco, però)


Michele, un contadino di Ferrazzano, detesta un vecchio pero che cresce proprio in mezzo al suo campo. L’albero è inutile: non produce frutti buoni, ostacola l'aratro con le sue radici e fa ombra alle colture, impedendo al grano e al mais di maturare. Michele vorrebbe abbatterlo, ma sua moglie Marianna si oppone con forza: sotto quel pero, molti anni prima, i due si erano dati il primo bacio. La forma dei rami, inoltre, ricorda a Marianna quella di un Cristo in croce, rendendo la pianta quasi sacra ai suoi occhi.

Dalla terra alla chiesa L'occasione per liberarsi dell'albero arriva quando il vecchio Crocifisso ligneo della chiesa del paese cade in pezzi. Il parroco decide di commissionarne uno nuovo a uno scultore locale. Michele, ricordando le parole della moglie sulla forma dei rami, propone di donare il legno del suo pero per la scultura. Marianna, lusingata dall'idea che il "suo" albero diventi un'immagine sacra, acconsente. Lo scultore accetta con entusiasmo, vedendo nel tronco e nei rami la struttura perfetta per le braccia e il corpo di Cristo.

Il miracolo mancato Il nuovo Crocifisso viene ultimato e diventa l'orgoglio del paese. Marianna, sentendosi "proprietaria" del legno, inizia a frequentare assiduamente la chiesa per chiedere una grazia particolare: aiuto nel faticoso lavoro della tessitura. Ogni domenica prega con insistenza: "Gesù mio, fammi finire la tela!".

L'arguzia della delusione Il sagrestano, infastidito dalla continua presenza e dalle preghiere ad alta voce della donna, decide di giocarle un tiro mancino. Nascondendosi dietro i drappi dell'altare, risponde alla preghiera con voce cavernosa: "Tièsse ca cugne!" (Tessi, che la finisci!).

Marianna, sentendosi rispondere dal Cristo che l'unico modo per finire il lavoro è faticare, rimane delusa e indispettita. Guardando la statua con occhio critico, conclude con la celebre frase:

"Èh! Gièsù Crište mié !... Pèh! I' te canósche pire!" (Eh! Gesù Cristo mio! Bah! Io ti conosco, pero!)

Con questa battuta, Marianna liquida la santità dell'opera: se quell'albero era stato un "inetto" in campagna, non producendo mai un frutto decente e dando solo fastidio, non poteva certo trasformarsi in un dispensatore di miracoli solo grazie a un po' di vernice e qualche colpo di scalpello. Da quel giorno, Marianna non fu mai più vista pregare ai piedi di quella scultura.


ANGELO FRATANGELO L'ultimo eremita


Il protagonista è Angelo Fratangelo, l'ultimo eremita della chiesa di Sant'Onofrio. Angelo è un uomo di una bontà infinita e di una fede così candida da rasentare il fanatismo: vive in povertà, convinto che il Paradiso lo attenda a braccia aperte.

Questa sua estrema credulità spinge un gruppo di giovani a organizzare uno scherzo crudele. Una notte, i ragazzi si fingono una "schiera d'angeli" e, calando una cesta da un terrapieno, convincono Angelo che Gesù lo stia chiamando in Cielo. Prima di far salire lui, però, gli ordinano di mandare avanti le sue provviste: il maialino, le galline e i conigli. Angelo, per non lasciare gli animali incustoditi, accetta con gioia.

L'unico rifiuto degli "angeli" riguarda la gatta ("In Cielo non ci sono topi, non sappiamo che farne"). Infine, Angelo sale nel cesto convinto di essere trasportato in Purgatorio, ma i giovani lo lasciano appeso a mezz'aria per tutta la notte. Verrà tratto in salvo solo all'alba dai contadini, realizzando con amarezza di essere stato gabbato.


2. "Calate le cottis": L'astuzia dei due sacerdoti

Il secondo aneddoto si sposta alla fine dell'Ottocento, un periodo in cui a Ferrazzano c'erano moltissimi preti e poche risorse. Due sacerdoti vengono inviati in una masseria per un'estrema unzione. Il più anziano istruisce il giovane collega: bisogna rendere il rito lungo e pomposo, usando molto latino, per impressionare i contadini e ottenere un compenso maggiore.

Durante una processione sull'aia, il prete anziano ne approfitta per rubare un grosso gallo, tirandogli il collo e nascondendolo sotto la tonaca. Il giovane prete si accorge che le zampe del pollo spuntano fuori e, per avvertire il collega senza farsi capire dai presenti, inventa un latino maccheronico:

"Calate le cottis domine ché si vedunt le zambambole!" (Abbassate la cotta, signore, perché si vedono le zampe!)

Il vecchio prete, conscio dell'ignoranza dei presenti, risponde tranquillamente in dialetto: "Parlate 'ngènuamènte, ca chisse so' cafune e nen capišcene niènte!" (Parla pure normalmente, che questi sono contadini e non capiscono nulla). La storia si conclude con i due sacerdoti che, finalmente sazi, si godono il gallo ruspante a cena.


"Janne" (Giovanni)


Janne è un agricoltore di Ferrazzano, felicemente sposato con Tresina. Il loro è un matrimonio d’amore, ma non è allietato dalla nascita di figli. Quando Tresina muore prematuramente, Janne si ritrova solo e disorientato. Dopo un primo periodo di smarrimento, impara a gestire la casa da solo, ma un pensiero comincia a tormentarlo: a chi lascerà le sue proprietà? Non avendo figli, teme che i suoi sacrifici finiscano nelle mani del fratello (con cui ha avuto dispute ereditarie) o dei nipoti, che lo ignorano.

Il calcolo statistico Spinto dalle conversazioni al Circolo Coltivatori e dall'osservazione delle lapidi al cimitero, Janne fa un ragionamento "statistico": nota che pochi uomini superano i 65 anni. Avendone già 62, conclude che gli restano circa quattro anni di vita. Decide quindi di "godersi" i suoi beni invece di lasciarli a parenti ingrati. Vende tutto: il terreno al vicino Nicola e la casa a un forestiero. Si tiene solo un piccolo deposito attrezzi, che trasforma in un modesto monolocale per viverci.

Il paradosso della longevità Inizialmente, la scelta sembra vincente: Janne vive senza le ansie del lavoro agricolo e delle tasse. Tuttavia, il destino gli gioca un brutto scherzo: il Signore gli concede molta più vita di quella prevista dai suoi calcoli. Arrivato a 69 anni, Janne ha esaurito ogni risparmio. Vende anche la nuda proprietà del suo monolocale, ma i soldi finiscono presto a causa delle spese mediche. Si ritrova così povero, vecchio e senza più forze per tornare a lavorare la terra.

Il terzo tempo di Janne Senza altra via d'uscita, Janne è costretto a inventarsi una terza vita: quella del mendicante. Prende la sua vecchia bisaccia e inizia a girare per le case di Ferrazzano chiedendo la carità. Per farlo, usa un motto diventato celebre, in cui ironizza sul suo "errore" di calcolo:

"Facéte bène a Janne / ca so' rresurte l'anne!" (Fate del bene a Janni / perché sono aumentati gli anni!)

Grazie alla generosità dei compaesani, commossi da quella rima dignitosa e dalla sua singolare vicenda, Janne riesce a trascorrere il resto dei suoi giorni ricevendo l'aiuto necessario per non morire di stenti.


CAMPANILISMO


Il racconto esordisce spiegando come il campanilismo sia un sentimento ancestrale, nato dalla necessità dei "trogloditi" di difendere il proprio territorio. Nel caso specifico di Ferrazzano e Mirabello, la rivalità aveva radici concrete: la contesa per il Mulino Di Maio e per il bosco della Guarana. Questa tensione culminò in tragedia nel 1631, quando, durante un'assemblea per definire i confini, scoppiò una rissa e il notabile ferrazzanese Giandomenico Santangelo fu ucciso nel tentativo di sedare gli animi. Lo spiazzo dove avvenne il fatto prese da allora il nome di Collerosso, a memoria del sangue versato.

La leggenda del cannone di legno Sebbene col tempo l'ostilità si sia attenuata, la memoria popolare conserva un episodio leggendario (e ironico) nato dal fastidio dei mirabellesi nel sentirsi costantemente "osservati" dall'alto della posizione geografica di Ferrazzano (soprannominato lo Spione).

Un gruppo di "buontemponi" mirabellesi, trovato un tronco d'albero secco e cavo, decise di trasformarlo in un cannone monumentale per radere al suolo il paese nemico. Caricarono l'arma improvvisata con una quantità enorme di polvere da sparo e ogni sorta di rottame ferroso (zappe, roncole, vecchi attrezzi).

L'esplosione e l'illusione Il giorno del fatidico attacco, tutta la popolazione si riunì in piazza e fu dato fuoco alle polveri. Il risultato fu un disastro immediato: il cannone di legno esplose letteralmente in mille pezzi, distruggendo l'affusto, mandando in frantumi vetri e infissi nelle vicinanze e avvolgendo Mirabello in una densa nuvola di fumo.

I fautori del colpo, invece di disperarsi per il fallimento, guardarono con orgoglio le macerie intorno a loro e commentarono con ottimismo:

"Pe' la Majèlla!... Se qua da 'ddó' séme sparate, ru cólpe ha fatte tanta štrevèrie!... securamènte ru Spióne, Frazzane, ha fenite de lüarece ru sóle!" (Per la Maiella! Se quaggiù, da dove abbiamo sparato, il colpo ha fatto questo sfacelo, figuriamoci a Ferrazzano: avrà sicuramente smesso di toglierci il sole!)

L'autoironia come rimedio Ovviamente, una volta diradato il fumo, lo "Spione" era ancora lì, intatto al suo posto. Il racconto si conclude sottolineando come oggi questo episodio venga narrato con autoironia dagli abitanti di entrambi i paesi, trasformando un’antica ruggine in una storiella divertente che celebra il buon senso e la capacità di ridere dei propri difetti.


 Il vetro infranto: il mistero dell’arciprete Mastropietro 


Nel cuore di Ferrazzano, tra vicoli antichi e palazzi che custodiscono secoli di memoria, prende forma una vicenda sospesa tra realtà e mistero, tramandata nel tempo dalla tradizione popolare.

Protagonista del racconto è don Donato Mastropietro, arciprete originario di Cerce Maggiore, che nel 1909 si trasferì a Ferrazzano stabilendosi nel suggestivo Palazzo Chiarulli. Uomo di grande cultura, ingegno e abilità manuale, don Donato non si distinse soltanto per il suo ruolo religioso, ma anche per una straordinaria creatività: era infatti autore di presepi elaborati e sorprendenti, animati da figure artigianali capaci di affascinare e incantare intere generazioni di bambini.

Accanto a questa immagine luminosa, tuttavia, si affiancava una fama più enigmatica. Don Donato era infatti conosciuto anche come esorcista e, in un’epoca in cui fede e superstizione si intrecciavano profondamente nella vita quotidiana, la sua figura suscitava insieme rispetto, timore e curiosità. Si raccontava che fosse in grado di contrastare presenze oscure e di liberare persone e luoghi da influenze maligne.

Numerosi episodi contribuirono ad alimentare questa reputazione. Tra questi, uno riguarda lo stesso don Donato da bambino: era infatti di costituzione gracile, spesso malato, e in paese qualcuno arrivò a pensare che potesse essere vittima di malefici. La madre, influenzata dalle credenze del tempo, lo portò a ricevere una benedizione, dopo la quale il piccolo iniziò lentamente a migliorare. Un altro episodio riguarda un cavallo di famiglia che veniva ritrovato ogni mattina stanco, sudato e con la criniera inspiegabilmente aggrovigliata. Anche in quel caso si parlò di stregoneria, e l’intervento del futuro arciprete — tra preghiere e segni di protezione — sembrò riportare la calma.

Eppure, come spesso accade, non tutti interpretavano questi eventi allo stesso modo: c’era chi li considerava semplici coincidenze, legate alla suggestione e al contesto del tempo.

Il momento che più di ogni altro rimase impresso nella memoria collettiva avvenne alla sua morte, il 22 gennaio 1954. Secondo l’usanza dell’epoca, la salma venne esposta in una bara con elementi in vetro e portata in processione lungo le vie del borgo, affinché i fedeli potessero rendergli omaggio.

Fu allora che accadde qualcosa di inatteso.

Proprio mentre il feretro varcava il portone del Palazzo Chiarulli, una violenta raffica di vento si abbatté sull’edificio: il vetro della bara si frantumò improvvisamente, riversando schegge sul corpo del sacerdote. I presenti rimasero sconvolti. Per alcuni si trattò di un semplice incidente, causato dal freddo e dalla forza del vento; per altri, invece, fu un segno carico di significato, quasi l’ultima manifestazione delle forze oscure che, secondo la tradizione, don Donato aveva affrontato per tutta la vita.

Da quel giorno, l’episodio è rimasto inciso nella memoria di Ferrazzano, sospeso tra cronaca e leggenda.

Ancora oggi questa storia continua a essere raccontata, evocando un tempo in cui il confine tra fede e mistero era sottile, e in cui figure come quella di don Donato Mastropietro vivevano al centro di un mondo fatto di devozione, paura e immaginazione.


Il Recupero della Campana di Sant'Antonio 


L'antefatto e l'idea folle

Nel caos successivo all'8 settembre 1943, il sottufficiale Domenico Di Iorio torna al suo paese natale. Qui scopre con dolore che i tedeschi hanno requisito la campana di Sant'Antonio (il Patrono) e altre due campane minori per fonderle e trasformarle in armi. Dopo aver localizzato il bottino in un deposito all'aperto vicino a Porta Termoli (Campobasso), Di Iorio decide di tentare un recupero impossibile. Nonostante lo scoraggiamento delle autorità locali (il podestà e il medico), l'uomo organizza un "colpo di mano" coinvolgendo alcuni concittadini coraggiosi: Domenico Verde, Libero Baranello e Carmine Roccia.

L'impresa a Campobasso

Il gruppo parte all'alba con un carretto, ma incontra subito difficoltà tecniche: il mezzo è inadeguato al peso enorme della campana (750 kg). Grazie alla solidarietà di un conoscente locale e all'arrivo improvviso di altri giovani dal paese, riescono a rimediare un carro a quattro ruote. Nonostante l'intervento di un vigile urbano — che decide però di chiudere un occhio — e il rischio costante di essere intercettati dalle pattuglie tedesche, i giovani riescono a caricare le campane e a fuggire verso il paese, scortati da una staffetta in motocicletta che suggerisce vie secondarie per evitare i posti di blocco.

Il ritorno trionfale

Il rientro a Ferrazzano si trasforma in una processione spontanea. Lungo la salita verso il borgo, la popolazione si unisce al gruppo spingendo il carro e accogliendo i "piccoli eroi" con applausi e lacrime di commozione. Le campane, che si credevano perdute per sempre, tornano finalmente davanti alla chiesa madre tra il suono a festa delle campane rimaste e la benedizione del parroco.

Il "quasi" incidente e il lieto fine

Il giorno successivo, durante il tentativo di issare la campana di Sant'Antonio con un paranco di fortuna, le corde cedono per il surriscaldamento. La campana precipita da un metro di altezza; fortunatamente l'impatto sul legno non causa danni. Per completare l'opera, viene noleggiato un paranco metallico pagato con 15 chili di farina, merce rarissima in tempo di guerra raccolta grazie a una colletta immediata tra i presenti.

Le campane vengono finalmente collocate al loro posto e inaugurate con un concerto suonato a braccia da tutta la cittadinanza. Pochi giorni dopo, i tedeschi prelevano tutte le restanti campane dal deposito di Campobasso per inviarle alla fusione: l'intuizione e la velocità di Di Iorio avevano salvato il tesoro di Ferrazzano appena in tempo.

Informazioni tratte dal volume "Štèva ’na vota a Ferrazzane" (C'era una volta a Ferrazzano) di Giovannino Roccia.


COSTUMI e TRADIZIONI


L’Abito Tradizionale Ferrazzanese

L’abito tradizionale di Ferrazzano non è solo un insieme di stoffe e colori: è un racconto vivo, tramandato di generazione in generazione, che custodisce l’identità, la storia e l’anima della comunità. Indossarlo significa rivivere un passato fatto di lavoro, festa e appartenenza.

L’Uomo

L’abito maschile si distingue per la sua eleganza sobria ma decisa. Il protagonista è la giamberga color ruggine, impreziosita da raffinate finiture celesti che ne esaltano la linea. Sotto, una camiciola rossa dona vivacità e carattere all’insieme, mentre i calzoni blu al ginocchio completano l’abbigliamento con un equilibrio perfetto tra praticità e stile.

Questo abito riflette la figura dell’uomo ferrazzanese di un tempo: laborioso ma attento alla propria dignità, soprattutto nelle occasioni importanti come le festività religiose e le celebrazioni popolari.

La Donna

L’abito femminile è un vero trionfo di grazia e femminilità. Il corpetto aderente valorizza la figura, mentre le ampie gonne creano movimento e solennità, rendendo ogni passo quasi una danza.

Elemento distintivo è la “scolla”, un prezioso fazzoletto di seta con frangia, sapientemente incrociato sul petto. Questo dettaglio non è solo decorativo, ma simbolo di eleganza e cura, espressione della tradizione artigianale locale e del gusto raffinato delle donne di Ferrazzano.

Origini e Significato

Questi abiti sono diventati “tradizionali” perché rappresentano fedelmente il modo di vestire della popolazione tra il XVIII e il XIX secolo, soprattutto nei giorni di festa. In un’epoca in cui l’abbigliamento quotidiano era semplice e funzionale, i costumi festivi assumevano un valore speciale: erano il segno distintivo della comunità, dell’appartenenza e anche della posizione sociale.

Con il passare del tempo e l’arrivo della modernità, questi abiti hanno smesso di essere utilizzati nella vita quotidiana, ma non sono mai stati dimenticati. Al contrario, sono stati custoditi con orgoglio e oggi vengono indossati durante eventi, rievocazioni e manifestazioni culturali, diventando simbolo identitario del paese.

Informazioni e immagini tratte dal libro "Ferrazzano nella storia" di Luigi Baranello

PROVERBI :"Accuscì se dice a Ferrazzane" (Così si dice a Ferrazzano)

Il dialetto di Ferrazzano non è solo un insieme di suoni, ma un vero e proprio codice culturale che racchiude la storia, l'arguzia e la resilienza della nostra comunità.

Questa sezione nasce con l’intento di preservare e condividere l’immenso patrimonio della tradizione orale locale, attingendo in particolare al prezioso lavoro di ricerca documentato nel volume "Duemila proverbi di e in uso a Ferrazzano", curato da Giacomo Roccia e Anna Maria Pilla. Un'opera monumentale che ha permesso di salvare dall'oblio pillole di saggezza che altrimenti sarebbero andate perdute.

Abbiamo suddiviso i detti per aree tematiche, per permettervi di riscoprire come i nostri avi interpretavano il mondo.

🌤 1. Il Cielo e la Terra (Meteo e Agricoltura)

Il legame tra il borgo e i cicli della natura, fondamentale per la vita contadina di un tempo.

  • "A la Cannelora o sciocche o chiove ca la vernata è fore."

    • Traduzione: Alla Candelora (2 febbraio), o nevica o piove, perché l’inverno sia finito.

  • "Tiemb de vierne e cure de criature: ne può mié sctà sicure!"

    • Traduzione: Tempo d'inverno e sederino di bambino: non puoi mai stare sicuro (sono entrambi imprevedibili).

  • "Néve marzarola, dura quante la socra con la nora."

Traduzione: La neve di marzo dura quanto la suocera con la nuora (ovvero, pochissimo).

🏠 2. La Casa e il Sangue (Famiglia e Relazioni)

Riflessioni sui legami affettivi, l'amicizia e la gestione della vita domestica.

  • "Chi te vò bbéne vé n’a case, chi te vò male te manna a chiamà."

    • Traduzione: Chi ti vuole bene viene a trovarti a casa, chi ti vuole male ti manda a chiamare.

  • "L’uosse viécchie acconcia la menèstra."

    • Traduzione: L'osso vecchio insaporisce la minestra (La saggezza degli anziani è preziosa per la famiglia).

  • "Chi n'ascolta mamma e patre, va a murì addò n'o sanno."

  •  Traduzione: Chi non ascolta i consigli dei genitori, va a finire male dove nessuno lo conosce.

💪 3. L'Arte del Vivere (Lavoro e Carattere)

L'ironia verso i pigri e il valore del sacrificio, tratti tipici dell'anima ferrazzanese.

  • "U cattive lauratore ogni zzappate è nu delore."

    • Traduzione: Per il cattivo lavoratore ogni colpo di zappa è un dolore fisico.

  • "La carne fa sanghe, u vine fa sanghe, la fatija fa jettà u sanghe!"

    • Traduzione: La carne fa sangue, il vino fa sangue, ma la fatica fa sputare il sangue.

  • "Chi ce ’cconge ce sconge."

  • Traduzione: Chi cerca di sistemarsi/abbellirsi troppo finisce per rovinarsi (Un invito alla semplicità).

🧐 4. Verità e Disincanto

Massime taglienti sulla realtà della vita e dei soldi.

  • "Senza solde nen-ze càndene le mésse."

    • Traduzione: Senza soldi non si cantano le messe (Nulla si ottiene senza i mezzi necessari).

  • "U scarpare va senza scarpe."

    • Traduzione: Il calzolaio va in giro con le scarpe rotte (Spesso si trascura il proprio bisogno proprio nel settore in cui si è esperti).

  • "Attacca u ciucce addò vò u padrone."

    • Traduzione: Lega l'asino dove vuole il padrone (Esegui gli ordini di chi comanda, anche se sembrano sbagliati, per evitare guai).

Informazioni tratte dal libro "Duemila proverbi di e in uso a Ferrazzano" di Giacomo Roccia e Anna Maria Pilla

Molti altri preziosi insegnamenti si ritrovano nel "Dizionario della lingua ferrazzanese" di Giovannino Roccia, un’opera nata da un lavoro certosino di recupero e documentazione. In questo volume, l’autore non si limita a catalogare i vocaboli del nostro dialetto, ma ne sviscera l'anima, accompagnando spesso ogni termine con proverbi e modi di dire che ne chiariscono l'uso e il contesto sociale.

Quello di Roccia è un vero e proprio viaggio antropologico: attraverso la sua penna, il dialetto cessa di essere solo un insieme di suoni antichi per diventare una testimonianza viva della psicologia e dell’etica di un popolo. I proverbi che seguono, estratti dalla sua ricerca, rappresentano una bussola morale e pratica, capace di offrire una chiave di lettura lucida e talvolta ironica su ogni aspetto della vita quotidiana.

Per meglio comprendere questa ricchezza, possiamo suddividere i motti più significativi in alcune categorie tematiche:

1. Etica del Lavoro e del Tempo

Questa categoria raccoglie i motti che spronano all'azione e condannano la pigrizia o la vanità.

  • "Atta sazia nn' acchiappa surge"

    • Traduzione: Gatta sazia non acchiappa sorci (topi).

    • Spiegazione: Descrive la mancanza di stimoli causata dall'abbondanza. Proprio come un gatto sazio non caccia, l'uomo nel benessere perde la grinta e l'intraprendenza. La necessità è la vera madre dell'impegno.

  • "Decétte la mósca ncóppa a ru vóve: aráme"

    • Traduzione: Disse la mosca sopra il bue: "Ariamo".

    • Spiegazione: Sbeffeggia chi si attribuisce meriti non suoi. La mosca, posata sul bue che fatica, pretende di far parte dello sforzo, ignorando che il vero lavoro è sostenuto interamente dall'animale. Un monito contro la vanità.

  • "Tèmpe perdùte n'sa racchiàppa chiù"

    • Traduzione: Tempo perduto non si riacciuffa più.

Spiegazione: Un ammonimento sulla preziosità del tempo. A differenza dei beni materiali, il tempo trascorso invano è una perdita definitiva. Invita a non procrastinare e a vivere con operosità ogni momento

2. Equilibrio, Salute e Gestione delle Emozioni

Insegnamenti sulla moderazione e sulla cura del proprio stato interiore e fisico.

  • "Pane affì che basta, vine che la mesura"

    • Traduzione: Pane finché basta, vino con la misura.

    • Spiegazione: Stabilisce una gerarchia tra beni essenziali e piaceri. Il pane (nutrimento) non deve mancare, ma il vino richiede moderazione per evitare che il piacere si trasformi in vizio o perdita di controllo.

  • "Chi z'arràja priéste mòre"

    • Traduzione: Chi si adira muore presto.

    • Spiegazione: Un monito sulla salute: l'ira logora l'organismo. La saggezza popolare identifica nell'equilibrio emotivo il segreto per una vita lunga, suggerendo che la serenità sia una vera medicina.

  • "N'ce sta rancore che 'nn arruzzenisce ru core"

    • Traduzione: Non esiste rancore che non arrugginisca il cuore.

    • Spiegazione: Il risentimento covato a lungo distrugge dall'interno chi lo prova, rendendo il cuore rigido come metallo arrugginito. È un invito al perdono per preservare la propria libertà interiore.

  • "Pane assolute sanetà de diente"

    • Traduzione: Pane assoluto (solo pane) è la salute dei denti.

Spiegazione: Elogia la semplicità della dieta contadina. Ciò che sembra povertà (mangiare solo pane) viene reinterpretato come fonte di vigore e benessere fisico, lontano dai cibi artefatti.

3. Prudenza e Relazioni Sociali

Avvertimenti su come valutare le persone e a chi affidare la propria fiducia.

  • "Raccummannà la pècura a lu lùpe"

    • Traduzione: Raccomandare la pecora al lupo.

    • Spiegazione: Mette in guardia contro l'ingenuità di affidare qualcosa di caro a chi ha interesse a trarne vantaggio a nostro danno. Invita a conoscere la natura altrui prima di concedere fiducia.

  • "Fidete de ru segnore 'mpezzentite e no de ru pezzente arrecchite"

    • Traduzione: Fidati del signore impoverito e non del povero arricchito.

    • Spiegazione: Chi è nato "signore" conserva dignità anche nella miseria; chi si arricchisce all'improvviso spesso diventa arrogante e avido. Un invito a valutare l'integrità morale oltre il patrimonio.

  • "La chiàcchera è arte léggia"

    • Traduzione: La chiacchiera è un'arte leggera.

Spiegazione: Riconosce il piacere del conversare ma avverte che le parole sono volatili. Non bisogna scambiare la piacevolezza di un discorso per la solidità dei fatti e delle azioni concrete.

4. Adattamento, Fortuna e Fede

La filosofia di fronte agli eventi della vita, tra flessibilità e gratitudine.

  • "Còmme mena ru viénte fa l'appuòrte"

    • Traduzione: Come soffia il vento, così fa’ il riparo.

    • Spiegazione: Invito alla flessibilità. Non bisogna opporsi inutilmente alla forza degli eventi, ma regolare le proprie azioni e difese in base alla situazione del momento.

  • "Ogne acqua va a ru mare a z'arracchiara"

    • Traduzione: Ogni acqua va al mare a chiarirsi (a farsi pura).

    • Spiegazione: Visione fiduciosa della vita: ogni vicenda umana, per quanto confusa, è destinata a trovare col tempo la sua naturale risoluzione e la necessaria chiarezza.

  • "Asce de casa mè, ddìe me te huàrda"

    • Traduzione: Esco di casa mia, Dio ti protegga.

    • Spiegazione: Una preghiera che testimonia il legame sacro con il focolare. Chiede protezione divina sulla casa nel momento del distacco, vedendola come il rifugio ultimo degli affetti.

  • "Che tè la cummedetà e 'n'ze la hode, nen tròva cunfessòre che l'assòlve"

    • Traduzione: Chi ha la comodità e non se la gode, non trova confessore che lo assolva.

Spiegazione: Esorta a cogliere con gratitudine le occasioni favorevoli. Rifiutare il benessere o la fortuna quando si presentano è considerato un errore imperdonabile contro la vita stessa.

Informazioni tratte dal libro "Dizionario della lingua ferrazzanese" di Giovannino Roccia

TRADIZIONI e MESTIERI 🛠️


Ferrazzano e le sue mani d’oro: l’antica arte del tombolo


A Ferrazzano vive una delle arti più affascinanti e delicate della tradizione popolare: il merletto al tombolo. Sebbene questa pratica sia radicata in diversi centri della regione come Isernia, Tavenna o Bojano, a Ferrazzano essa assume una sfumatura del tutto particolare, trasformandosi in un filo invisibile che intreccia memoria, creatività e identità tra i vicoli del borgo antico. L’arte del tombolo affonda le proprie radici nel Rinascimento europeo, quando la lavorazione dei merletti divenne il simbolo di raffinatezza delle corti più prestigiose; un sapere che dai centri urbani più eleganti è filtrato nelle aree rurali molisane grazie alla pazienza delle religiose, che ne fecero uno strumento di disciplina e riscatto economico per le giovani donne.

La magia di questa tecnica risiede tutta nell'intreccio ritmico di fili sottilissimi, guidati da piccoli fuselli in legno chiamati localmente "tummarielli" che danzano sopra un cuscino cilindrico, il "pallone". Seguendo un disegno preciso fissato sul cartone, le merlettaie trasformano il movimento meccanico in un’opera d’arte eterea, dando vita a motivi geometrici o floreali di rara eleganza. In questo scenario, Ferrazzano brilla per una vitalità ritrovata: come testimoniato dalla preziosa esperienza della signora Giovanna Atri, che da circa quarant'anni dedica la sua vita a questa nobile disciplina, il tombolo non è più solo un retaggio del passato ma una missione presente.

Giovanna, custode instancabile di questi segreti, insegna con l’obiettivo di tramandare questa "architettura di filo" alle nuove generazioni, impedendo che il tempo ne sbiadisca il valore. Passeggiando oggi nel centro storico di Ferrazzano, è ancora possibile imbattersi nella dimensione più autentica di quest'arte: le artigiane al lavoro davanti alle soglie di casa, immerse nel silenzio dei vicoli, trasformano lo spazio quotidiano in un laboratorio a cielo aperto. Questa continuità intergenerazionale rende il merletto al tombolo di Ferrazzano non un semplice oggetto decorativo per biancheria o abiti tradizionali, ma un patrimonio umano vibrante, dove ogni nodo e ogni passaggio di fusello raccontano la tenacia di una comunità che continua a tessere il proprio futuro con la stessa passione delle proprie nonne.

Frame tratto dal video "Ferrazzano (CB)" – Canale YouTube Beni Immateriali del Molise. Archivio della memoria e delle tradizioni popolari.

e dal video "Documentario Ferrazzano" canale YouTube Quotidiano WEB

https://www.youtube.com/watch?v=hbihyl_1KKc&t=1042s

https://www.youtube.com/watch?v=hbihyl_1KKc&t=943s


 Ferrazzano e l'Omaggio a Sant'Antonio 


A Ferrazzano, la storia della fede ha i contorni di una metamorfosi affascinante, un passaggio di testimone che racconta molto dell’anima profonda del nostro borgo. Per secoli, i rintocchi delle campane e le preghiere dei fedeli sono stati rivolti esclusivamente a Sant’Albino, patrono storico e custode delle radici millenarie della comunità, a cui è ancora oggi intitolata la splendida chiesa parrocchiale. Eppure, tra le pieghe del tempo e i vicoli in pietra, è accaduto qualcosa di inaspettato: un colpo di fulmine collettivo che ha cambiato per sempre l'identità spirituale del paese.

In modo quasi spontaneo e travolgente, la devozione popolare ha iniziato a scivolare verso una nuova, luminosa figura: Sant’Antonio di Padova. Non vi fu alcun decreto ufficiale o rottura con il passato, ma un abbraccio spontaneo che ha trasformato il "Santo dei Miracoli" nel nuovo, fortissimo pilastro del sentimento locale. Fu come se le necessità del quotidiano e il bisogno di una protezione vicina avessero trovato nel volto giovane e rassicurante di Sant'Antonio una risonanza perfetta con la tenacia molisana. Questo legame, col tempo, si è fatto così indissolubile da dare vita a una delle rievocazioni storiche più suggestive dell’intero Molise: i "Tredici Miracoli".

Parlare di questa manifestazione non significa solo ricordare un evento religioso, ma immergersi nel cuore pulsante di una comunità che ha saputo trasformare la fede in arte, teatro e memoria viva. Immaginate il borgo che, al calar del sole, smette i panni della modernità per tornare indietro di otto secoli: le luci elettriche cedono il passo al chiarore vibrante delle fiaccole e il silenzio dei vicoli viene rotto solo dal passo cadenzato di oltre cento figuranti in abiti d'epoca.

In questo scenario magico, il centro storico si trasforma in un palcoscenico naturale a cielo aperto. Il visitatore diventa spettatore diretto di un viaggio itinerante tra gli episodi più celebri della vita del Santo: dalla mula che si inchina al cospetto dell’Eucarestia al pane donato ai poveri, in un crescendo di pathos che annulla ogni distanza tra finzione e realtà.

Ogni dettaglio, dalla precisione sartoriale dei costumi alla cura delle scenografie, è il frutto di mesi di lavoro corale, un dono che Ferrazzano offre per onorare il proprio legame con il Santo: è la testimonianza di un popolo che non dimentica le proprie radici e che riconosce nella propria storia la luce più bella da mostrare al mondo, mantenendo viva la promessa di una bellezza che non tramonta.


🍇 L’Epoca d’Oro dei Carri di Ferrazzano


Secondo quanto tramandato da Giovannino Roccia ( illustre custode dell'identità ferrazzanese),  nelle sue memorie, Ferrazzano ha vissuto un’epoca d’oro in cui il folklore diventava una vera e propria forma d’arte scenica. Durante il Ventennio Fascista, in un clima di forte esaltazione per il lavoro agricolo e l'autarchia, le celebrazioni della terra assunsero un’importanza capitale. Per il nostro borgo, da sempre legato alla cultura della vite, il momento della vendemmia non era solo fatica, ma si trasformava in una sfilata di carri allegorici che nulla aveva da invidiare alle grandi manifestazioni nazionali.

Giovannino Roccia descrive queste sfilate come una sorta di "Viareggio ante litteram", tracciando un parallelo spontaneo con quella che oggi conosciamo come la celebre tradizione dei carri dell'uva di Riccia. Proprio come avviene in quella storica manifestazione, i carri semoventi di Ferrazzano erano i più attesi e spettacolari, popolati da belle ragazze e baldi giovanotti che mettevano in scena vere e proprie rappresentazioni teatrali. In un’occasione memorabile, vennero persino trapiantate sul carro intere viti cariche di grappoli, permettendo ai figuranti di mostrare dal vivo ogni fase della trasformazione dell’uva in mosto, tra cori e coreografie studiate nei minimi dettagli.

Il prestigio di queste sfilate era tale che, come ricorda l’autore, la commissione giudicante si trovava spesso costretta a dichiarare il gruppo di Ferrazzano "fuori concorso". Eravamo semplicemente troppo bravi, troppo preparati e troppo fantasiosi per permettere una sfida equa con gli altri comuni. Gran parte di questo successo si doveva all'ingegno degli organizzatori e alla penna del poeta Luigi Antonio Trofa, il nostro illustre compaesano che, con i suoi pregevoli componimenti, ha saputo dare voce e melodia all'anima più autentica della nostra comunità. i componimenti di Trofa sono poi stati quasi tutti musicati dal maestro Lino Tabasso. Di seguito si riporta il testo di una delle tante canzoni che venivano cantante e ballate sui carri:

CANZÓNE DELL'ÜA
(L.A.Trofa - L.Tabasso)
Te vòglie rrialà 'nu panariélle
de prima qualetà de muscatiélle,
de nìreche, tentiglia e scacacciuse,
frische e 'dduruse,
cuóte pe' té!
L'acquara, che le štizze a ciénte a ciénte,
chéšť'ua maddemane ha vattijata,
ru sóle, che 'na spèra, l'ha pettata
d'òre e d'argiénte
pe' cunte tié
Ritornello
Üa ... üa ...
cchiù dóce de l'amóre,
tu 'nzùcchere ru còre;
ògne male fa' sparì,
fa' resanà ògne bua ....
Üa ... üa ...!
II
E ... jamme, bèlla mé, fa' 'na resélla
'n'miéz'a 'ssa vócca ójné, la scruccarèlla,
na battarìa de vasce ògne matina,
che l'uaspina fa' berzaglià.
E ... ména mó, facéme a cagna mane,
'nu vasce, 'nu carizze, 'na buscìa
che 'šťannaróšcia 'šta malevascìa,
móntepulciane e resedà!

Decémela cómm'è 'štu campanine ....
è dégne de ri re e de le reggine;
è nate pe' ri Cuólle e pe' le Chiane
de Farazzane ... bašta accuscì !....
Ru suche de 'šta tèrra benedétta,
pe' ru mentuóneche e ru palagriélle,
fa 'mmidia a ru 'Ratine, a Marabbiélle,
a la Rucchétta e scì ca scì.
Canzone dell'uva: Ti voglio regalare un panierino / di prima qualità di moscato, /
di nireche, tentiglia e scacacciuse, / fresco e profumato / colto apposta per te! / La
rugiada, con le gocce a cento a cento, / stamattina ha battezzato quest'uva, / il sole
poi, con un raggio, l'ha colorata / d'oro e d'argento / per tuo conto. / Uva ... uva ... /
più dolce dell'amore, / tu addolcisci il cuore; / ogni malanno fai scomparire, / fai
sanare qualsiasi male ... / Uva ... uva ...! *** Su! Forza bella mia, fai un sorrisetto /
con questa tua bocca, una risata argentina, / uno scoppiettio di baci ogni mattina, /
che l'uvaspina / riesce a provocare. / Su !... adesso, facciamo scambio di mano / tra
un bacio, una carezza e ... qualche bugia, / con questa annaróŠcia e questa malvasia
/ montepulciano e resedà. / Uva ... uva ...! *** Diciamolo com'è questo "campanino"
/ è degno del re e delle regine, / è nato nelle contrade Colli e Piane / di Ferrazzano
/ e tanto basta! / Il succo di questa terra benedetta, / per il mentuóneche e il palagriélle,
/ fa invidia ai paesi limitrofi quali Oratino, Mirabello, / Rocchetta e questo è sicu-
ro! / Uva ... uva ...!
Lo spasimante decide di regalare alla donna dei suoi desideri un paniere colmo di
squisita uva, sicuro che questa, fugando da lei tutte le influenze dolorose e negati-
ve, la predisponga ad accettare la sua corte. Non dimentichi poi che questa è uva
delle assolate contrade di Ferrazzano (Colli e Piane), quindi di qualità tale da susci-
tare l'invidia dei paesi viciniori, ed inoltre, egli si è raccomandato alla natura di
confezionarla apposta per lei, tant'è che la rugiada mattutina l'ha battezzata con le
sue innumerevoli goccioline ed il sole l'ha poi colorata proprio secondo i suoi
gusti, cosa pretenderebbe di più? Scambiasse perciò con lui oltre ai gustosi grappo-
li delle varie qualità d'uva, anche qualche bacio e qualche carezza e, perché no,

anche qualche innocente bugia.

 

Informazioni tratte dal volume "A RU PAE'SE NUOSTRE" di Giovannino Roccia

Immagine tratta dal volume "Ferrazzano nella storia" di Luigi Baranello.


Associazione folkloristica corale "Lu Passariell" 🐦


Le spettacolari sfilate dei carri descritte da Giovannino Roccia, con quelle vigne itineranti che rendevano Ferrazzano "fuori concorso" per distacco artistico, hanno rischiato per anni di restare solo un ricordo sbiadito. È stato nel 1972 che questa eredità ha ripreso vita grazie all'intuizione di Antonio Gianfelice, che fondò l'associazione "Lu Passariell" con una missione precisa: trasformare la memoria scritta in azione sociale e culturale. L’associazione non è nata semplicemente per fare spettacolo, ma come un vero laboratorio di recupero identitario. Gianfelice comprese che, per non far morire l'anima del borgo, bisognava riportare i giovani a indossare i panni dei nonni, non come maschere, ma come simboli di appartenenza.

Argomentare il valore de "Lu Passariell" significa riconoscere il meticoloso lavoro di ricerca filologica che l'associazione ha compiuto sui costumi, sui passi di danza e sulle armonie musicali. Il nome stesso, ispirato alla poetica di Luigi Antonio Trofa, riflette la filosofia del gruppo: la libertà del canto popolare che si eleva sopra le fatiche quotidiane. Sotto la guida del suo fondatore, l'associazione è riuscita a codificare un patrimonio che prima era solo orale, salvando dall'oblio le serenate e i canti della vendemmia. Questo impegno ha reso Ferrazzano un punto di riferimento nel panorama del folklore internazionale, dimostrando che l'associazionismo è l'unico vero argine contro lo spopolamento culturale dei piccoli centri. Ogni esibizione de "Lu Passariell" è, ancora oggi, il compimento di quel sogno nato nel '72: far sì che Ferrazzano non smetta mai di cantare la propria storia.

Frame tratto dal video "Ferrazzano (CB)" – Canale YouTube Beni Immateriali del Molise. Archivio della memoria e delle tradizioni popolari.


ARCA SANNITA: biodiversità e tradizioni agricole


Nel 2010 a Ferrazzano, sulle colline del Molise, nasce l’Arca Sannita, un progetto culturale dedicato alla tutela e valorizzazione della biodiversità agricola locale. Promosso dall’Associazione culturale “Arca Sannita. Semi, piante e animali antichi del Molise”, con il sostegno della CIA del Molise, l’Arca Sannita ha l’obiettivo di recuperare antiche varietà vegetali e di preservare i saperi tradizionali legati alla coltivazione e alla conservazione delle piante.

Situata in località Colle dell’Orso, un’area rurale storicamente vocata all’agricoltura tradizionale, l’Arca Sannita diventa un punto di riferimento per la conservazione delle specie autoctone e delle pratiche agricole storiche. Il progetto si concentra su attività concrete e significative: il recupero e la conservazione di semi antichi e varietà a rischio, la valorizzazione delle cultivar tradizionali del Molise, la promozione delle tecniche agricole tramandate dalla cultura contadina e la diffusione di pratiche di coltivazione sostenibile e gestione responsabile del territorio.

Il progetto include anche il lavoro dell’agronomo Michele Tanno, che coordina il programma “Recupero, conservazione e valorizzazione dei frutti antichi del Molise”, rafforzando così il legame tra biodiversità vegetale e patrimonio culturale locale. L’iniziativa ha ricevuto il supporto della Chiesa locale, con la partecipazione dell’Arcivescovo Mons. G.M. Bregantini, e ha visto coinvolta una delegazione della CIA molisana, guidata dal presidente regionale Giuseppe Cristofano.

L’Arca Sannita non è solo un luogo fisico: è un laboratorio vivo di memoria e cultura rurale, dove conoscenze, gesti, tecniche e consuetudini si intrecciano per conservare l’identità agricola di Ferrazzano e dell’intera area sannita. Attraverso la salvaguardia delle varietà vegetali, la valorizzazione dei frutti antichi e la promozione delle pratiche agricole storiche, l’Arca Sannita contribuisce a tramandare un patrimonio immateriale prezioso, costruito dall’esperienza, dalla creatività e dalla passione delle generazioni che hanno modellato il territorio.

Questo progetto rappresenta quindi un esempio concreto di patrimonio immateriale rurale, capace di coniugare tutela della biodiversità, sostenibilità e valorizzazione dei saperi tradizionali, offrendo alle future generazioni la possibilità di conoscere, vivere e continuare le pratiche agricole storiche del Molise.

I GIOCHI DI UNA VOLTA

Le comunicazioni di massa e i cambiamenti sociali hanno trasformato profondamente la vita e i comportamenti degli italiani, e Ferrazzano non è stato immune a questa evoluzione. Un tempo, parlare l'italiano e praticare giochi fisici all'aperto erano simboli di status e segno di un progresso culturale e sociale. I bambini e i ragazzi del passato, cresciuti in una società prevalentemente contadina, erano impegnati in giochi che non solo forgiavano il corpo, ma anche la fantasia e lo spirito di comunità.

Tuttavia, con il passare degli anni, la diffusione dei videogiochi e il cambiamento delle abitudini hanno fatto sì che molte di queste tradizioni ludiche, che per secoli hanno segnato la crescita fisica e intellettiva dei giovani, stessero svanendo.

Ecco quindi una selezione di giochi che raccontano la nostra tradizione, da riscoprire e far vivere alle nuove generazioni.


              LA BELLA 'NZALATA (la bella insalata)


La Bella Nzalata è stato uno dei giochi più amati dai ragazzi di Ferrazzano, praticato fino al dopoguerra del Secondo Conflitto Mondiale. Si svolgeva all'aperto, in primavera, nell'aia comunale vicino alla chiesa di Sant'Onofrio, dove i contadini avevano scavato fossi, chiamati "fuosse de lutame", che creavano un terreno morbido e adatto al gioco.

Durante le festività in onore di Sant'Onofrio, i ragazzi si radunavano per giocare, creando un animato carosello di salti e risate. I partecipanti, scelto chi doveva mettersi "sotto", dovevano saltare sopra di lui, recitando una cantilena. Ogni salto era accompagnato dall'azione di sistemare un oggetto sulla schiena del giocatore "sotto", che doveva essere ripreso nel turno successivo. Se qualcuno sbagliava o faceva cadere l'oggetto, andava a finire "sotto".

La Bella Nzalata non era solo un gioco fisico, ma anche un momento di socializzazione, creatività e tradizione che ha segnato la crescita dei ragazzi di una volta. Oggi, la memoria di questo gioco rimane viva come simbolo di un legame forte con il nostro passato.


LA HUERRA FRANGESE (la guerra francese)


La Guerra Francese è un emozionante gioco tradizionale di Ferrazzano che unisce velocità, abilità e tattica. Si gioca su un campo diviso in due, con due squadre di 3 o 4 giocatori ciascuna. L’obiettivo? Toccare la linea del campo avversario con una parte del corpo per segnare un punto. Ma attenzione: non è solo una corsa! Questo gioco, che un tempo veniva tradizionalmente praticato nella storica Piazza De Sanctis, era perfetto per quella location. La piazza, infatti, sembrava fatta su misura per la sua pratica, grazie alla sua struttura e agli spazi che facilitavano la dinamica del gioco. I giocatori possono essere fatti prigionieri se toccati da un avversario che ha già superato la propria linea di partenza. I prigionieri restano fermi sulla "linea prigionieri" fino a quando non vengono liberati da un compagno, che deve raggiungerli e gridare "liberato!" per farli tornare in gioco. Quando ci sono più prigionieri, entra in gioco la strategia: il liberatore ha la possibilità di rimettere in gioco più di un compagno, ma solo il giocatore liberato potrà tornare a correre. Con regole semplici ma ricche di tattiche, la Guerra Francese è un vero allenamento per corpo e mente: stimola la velocità, la collaborazione e la prontezza di riflessi, mentre coinvolge praticamente tutti i muscoli del corpo per un esercizio fisico completo e divertente.


STRUMMELE


In occasione del 19 marzo, festa di San Giuseppe, a Ferrazzano tornavano protagonisti “li strummele”, le tradizionali trottole del paese. Non si compravano semplicemente: lu strummele si faceva realizzare dal falegname, che lo cedeva in cambio di una grossa “lena” di quercia, preziosa per il focolare domestico.

La scelta era da veri intenditori: contava la qualità del legno, la precisione della tornitura e soprattutto la punta metallica, la “frezza”, ben rastremata. Uno strummele davvero buono, quando girava, doveva “addurmì”: produrre un ronzio continuo e armonioso, così regolare da sembrare immobile, come il respiro di un bambino che dorme.

Fondamentale era la “Zahaglia”, la cordicella per il lancio, realizzata a mano ritorcendo filo di refe, spesso ricavato dalle calze sfilate.

Il gioco iniziava con la conta: chi perdeva doveva piantare il proprio strummele a terra, conficcando la frezza nel suolo per tenerlo in piedi. A turno, gli altri avvolgevano la Zahaglia, lanciavano il loro attrezzo e, mentre ancora girava, lo raccoglievano nel palmo della mano per scagliarlo contro quello fermo sotto.

La soddisfazione più grande era colpirlo con forza al primo slancio: l’urto lasciava segni visibili nel legno, chiamati “puzze”, “ceterne” e altri nomi coloriti.

Non era solo un gioco, ma una prova di abilità, precisione e orgoglio: tra il ronzio che addurmìva e il colpo secco degli impatti, li strummele trasformavano la festa di San Giuseppe in una sfida appassionante e profondamente legata alla tradizione ferrazzanese.


MAZZA E PI'VEZE


Mazza e piveze era un gioco tradizionale di abilità individuale che poteva coinvolgere qualsiasi numero di partecipanti. Ogni giocatore doveva procurarsi due strumenti semplici ma indispensabili: la mazza, un bastone di legno levigato alla meglio ma facile da impugnare, e ru piveze, un bastoncino più corto (circa 20 cm) con le due estremità affusolate a cono. Lo scopo del gioco era far percorrere al piveze un tracciato stabilito in precedenza, spesso irregolare, colpendolo con precisione fino a raggiungere il traguardo. A turno, il giocatore posizionava lu piveze sulla linea di partenza e ne colpiva una delle estremità per farlo sollevare leggermente da terra; mentre era in aria, gli vibrava una seconda mazzata più forte per proiettarlo il più lontano possibile nella direzione desiderata. Una volta ricaduto, il piveze non poteva essere sistemato o spostato: doveva essere rigiocato esattamente nella posizione in cui si era fermato, rendendo ogni colpo una prova di precisione e controllo. Vinceva chi raggiungeva il traguardo con il minor numero di colpi e, in caso di parità, chi riusciva a superarlo coprendo la distanza maggiore. Un gioco semplice nei mezzi ma ricco di tecnica e concentrazione, capace di trasformare un pezzo di legno in una sfida appassionante, profondamente legata alla tradizione ferrazzanese.


RU CHIRCHIE


Ru chirchie era uno di quei giochi stagionali di movimento che animavano le strade del paese per un breve ma intenso periodo dell’anno. Con un’asta di ferro o di legno ricurva all’estremità, i ragazzi spingevano il proprio cerchio facendolo correre il più veloce possibile, guidandolo con abilità lungo vicoli, salite e piazzette.

Il gioco iniziava ai primi di novembre, in coincidenza con le festività dei Santi e dei Morti. Era quasi un rito: ognuno rispolverava ru chirchie conservato dall’anno precedente e, in una sorta di festosa carovana, i ragazzi si lanciavano di corsa verso il cimitero, tra risate, sfide e improvvisate competizioni.

Non tutti i cerchi erano uguali. Molti utilizzavano le fasce di lamiera che tenevano insieme le doghe dei barili: robuste, sì, ma tronco-coniche e quindi difficili da manovrare, perché tendevano a inclinarsi da un lato rendendo instabile la corsa. Più funzionale era il cerchio di tondino saldato che rinforzava la bocca del grande caldaio di rame, quello appeso alla catena del camino domestico. Quando il caldaio si rompeva, il cerchio diventava subito oggetto ambito per il gioco. Il migliore in assoluto, però, restava il cerchio della bicicletta: leggero, perfettamente rotondo, veloce e preciso nei movimenti.

Con tu chirchie non si correva soltanto: si organizzavano vere e proprie gare di velocità e di resistenza, oppure complesse “gimcane” tra curve strette e ostacoli improvvisati, dove emergeva tutta l’abilità del manovratore. Era un gioco semplice nei mezzi ma ricco di energia, capace di trasformare una strada qualunque in una pista e un vecchio cerchio di metallo in protagonista di sfide appassionanti.


SCURPELLA


La scurpella, nome che richiama anche la zeppola di San Giuseppe, era un gioco semplice ma carico di tensione e rapidità. Si realizzava con un comune fazzoletto, piegato e arrotolato con forza fino a formare una sorta di piccolo manganello di stoffa: da un lato restava uno degli angoli liberi, dall’altro si creava un ringrosso ben stretto, compatto, quasi un piccolo corpo contundente. La conta decideva chi dovesse impugnare la scurpella. Il battitore di turno aveva un compito preciso: colpire con decisione il palmo della mano spalancata del compagno, che a sua volta cercava di sottrarsi al colpo con scatti fulminei e movimenti rapidi. Era un duello di prontezza: un attimo di distrazione poteva costare una sonora “scurpella” sulla mano. Se il battitore mancava il bersaglio, doveva consegnare l’oggetto allo scampato, che diventava immediatamente il nuovo “carnefice”. Il gioco si trasformava così in una continua alternanza di ruoli, dove riflessi, intuito e velocità facevano la differenza. Spesso si giocava anche in gruppo: più partecipanti si disponevano in semicerchio davanti al battitore, che cercava di distribuire colpi con abilità consumata, studiando i movimenti e cogliendo l’attimo giusto. Tra finte, risate e mani che si ritraevano all’ultimo istante, la scurpella animava le giornate con una sfida vivace, tutta giocata sulla rapidità e sulla destrezza.

Informazioni tratte dal volume "A ru paése nuostre" di Giovannino Roccia.

Storia ed emigrazione

IL DRAMMA DI MARCINELLE

Esiste un filo invisibile e d'acciaio che lega le colline verdi del Molise alle viscere nere del Belgio. È un filo che l'8 agosto del 1956 si è spezzato, lasciando Ferrazzano nel silenzio più atroce.

Nell'Italia del dopoguerra, la speranza aveva il sapore della polvere. Un accordo tra il governo italiano e quello belga prevedeva uno scambio brutale: l’invio di manodopera per le miniere in cambio di forniture di carbone. Da questo piccolo centro partirono in molti. Lasciavano il sole del mezzogiorno per chiudersi in una gabbia che scendeva a mille metri sotto terra, nel cuore della miniera Bois du Cazier, a Marcinelle.

Alle 8:10 di quel mercoledì di agosto la vita si fermò. Un malinteso, un carrello posizionato male, una scintilla. In pochi istanti, l'incendio divampò nei condotti, trasformando la miniera in un camino infernale. Il fumo nero e l’ossido di carbonio non lasciarono scampo.

Mentre in Belgio le campane suonavano a morto e le mogli attendevano davanti ai cancelli, in paese il tempo sembrava sospeso. Le notizie arrivavano frammentate, gracchianti dalle radio, fino alla conferma della catastrofe: 262 morti. Tra loro, sette figli di questa terra non avrebbero mai più rivisto il profilo del loro borgo.

I nomi di quegli uomini — padri, fratelli, figli — sono oggi scolpiti nel marmo della piazza cittadina, ma la loro vera eredità è nel coraggio di chi ha affrontato l'ignoto per dare un futuro alle proprie famiglie.

"Tutti caduti, tutti italiani," sussurravano i soccorritori mentre estraevano i corpi.

La comunità locale non ha mai dimenticato. Ogni anno, l'8 agosto, il borgo si ferma. Non è solo una commemorazione, è un atto di giustizia verso chi ha scambiato il cielo per il carbone, diventando simbolo di un’emigrazione dolorosa che ha costruito l’Europa con il sudore e il sacrificio. Marcinelle non è solo un luogo in Belgio. Per Ferrazzano, quel nome è una ferita aperta che parla di dignità, lavoro e speranza.

Informazioni tratte dal "Documentario Ferrazzano" – Quotidiano Web

https://www.youtube.com/watch?v=SfQ5v0WdUSk&t=955s


🏛️ Palazzo Chiarulli: la casa della memoria


Nel cuore pulsante di Ferrazzano, all'interno delle storiche mura di Palazzo Chiarulli, batte l'anima di un popolo che ha saputo attraversare gli oceani. Il Museo dell’Emigrazione non è una semplice collezione di oggetti, ma un viaggio emozionante nato dalla passione e dall'impegno decennale di Antonio D'Ambrosio e dell'associazione Pro Arturo Giovannitti. Questa vera e propria epopea inizia nel 1875 e giunge fino ai giorni nostri, intrecciando la storia del Molise al cammino dei suoi figli: sono oltre 600.000 i molisani nel mondo, una "nazione fuori dai confini" che ha contribuito con fatica e ingegno alla crescita dell'umanità.

Il museo è il prezioso frutto di 40 anni di ricerca certosina, una raccolta d'amore che trasforma polverosi documenti, valigie logore e fotografie ingiallite in testimonianze vive di una delle migrazioni più imponenti della storia italiana; una realtà che, purtroppo, continua a riflettersi ancora oggi nel futuro dei nostri giovani. In questo percorso dove il tempo sembra fermarsi, ci si imbatte in uno degli spazi più suggestivi e toccanti dell'intera esposizione: l'area dedicata al dramma di Marcinelle. Qui la memoria si fa tangibile per onorare il sacrificio dei minatori ferrazzanesi e molisani di cui abbiamo parlato in precedenza. Attraverso oggetti carichi di storia e un silenzio quasi sacro, il museo restituisce finalmente voce a quegli uomini che, nel buio delle miniere belghe, hanno scritto con il proprio lavoro una pagina di dignità e dolore che Ferrazzano non smetterà mai di raccontare.

PERSONAGGI ILLUSTRI 👤


Robert  De Niro: le radici ferrazzanesi del mito di Hollywood


Robert De Niro, uno dei più grandi attori della storia del cinema, ha radici profonde in Italia, precisamente a Ferrazzano. questo legame affonda le sue radici nel XIX secolo, quando i suoi bisnonni paterni, Giovanni Di Niro e Angelina Mercurio, emigrarono da Ferrazzano verso gli Stati Uniti nel 1887, in cerca di opportunità migliori. una curiosità interessante è che, durante il processo di immigrazione, il cognome "Di Niro" venne trascritto erroneamente come "De Niro", un errore che ha perdurato nel tempo.

Nel 2004, in riconoscimento delle sue origini, Robert De Niro ricevette la cittadinanza onoraria di Ferrazzano. Due anni dopo, nel 2006, ottenne la cittadinanza italiana, pur mantenendo quella statunitense, consolidando ulteriormente il suo legame con la terra dei suoi antenati. La connessione di De Niro con Ferrazzano non è solo simbolica. Secondo alcune testimonianze locali, si dice che l'attore abbia visitato il paese in incognito durante la sua giovinezza, prima di raggiungere la fama internazionale. Oggi, Ferrazzano celebra con orgoglio il suo legame con Robert De Niro, un legame che testimonia l'importanza delle radici e delle tradizioni famigliari nel plasmare le identità individuali e collettive.

Frame tratto dal "Documentario Ferrazzano" – Quotidiano Web

https://www.youtube.com/watch?v=SfQ5v0WdUSk&t=1917s


   La Memoria di Totò a Ferrazzano


Il legame tra il celebre attore e il borgo molisano deriva dalla passata proprietà del castello di Ferrazzano da parte di un ramo della famiglia De Curtis. Nel XVII secolo, un antenato di Totò, Scipione De Curtis, divenne il conte di Ferrazzano. Questa acquisizione sancì un legame aristocratico che, anche dopo il passaggio del feudo ad altre famiglie, rimase impresso nella storia locale. Per Totò, che ha sempre lottato per il riconoscimento della sua nobiltà, questo collegamento rappresentava un punto d'orgoglio e un'importante conferma delle sue origini blasonate.

L'Episodio dello Stemma di Famiglia

L'episodio più noto e significativo del legame di Totò con Ferrazzano riguarda la sua ossessiva ricerca dello stemma di famiglia. Negli anni Sessanta, Totò, venuto a conoscenza dell'esistenza di uno stemma in pietra dei De Curtis all'interno del castello di Ferrazzano, si mise in contatto con le autorità locali per chiederne la restituzione. L'attore desiderava ardentemente rientrare in possesso di questo simbolo araldico, che vedeva come la prova tangibile della sua ascendenza nobiliare. Tuttavia, il suo tentativo non ebbe successo. Le richieste di Totò vennero respinte e lo stemma rimase al suo posto. Nonostante il rifiuto, questo episodio evidenzia la profonda importanza che il riconoscimento nobiliare aveva per l'attore e quanto fosse legato a questo simbolo storico. La storia di Totò e dello stemma è diventata parte integrante del folklore del paese, simboleggiando la ricerca di identità e il desiderio di legittimazione che hanno segnato la vita del "Principe" Antonio De Curtis. Anche se Totò non riuscì a recuperare lo stemma, il legame con Ferrazzano non si è mai spezzato. Anzi, è stato rafforzato dalla figlia, Liliana De Curtis, che ha continuato a mantenere viva la memoria del padre nel borgo molisano. Nel 1999, Liliana De Curtis ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Ferrazzano, un riconoscimento che ha sancito il profondo affetto e la gratitudine della comunità. Successivamente, ha ricevuto anche le chiavi simboliche della città, a testimonianza di come la figura di Totò sia ancora oggi un punto di riferimento culturale e storico per il paese. La presenza di Liliana a Ferrazzano ha ribadito che, nonostante l'episodio dello stemma, la famiglia De Curtis e la sua storia rimangono un patrimonio condiviso con il borgo.

Frame tratto dal "Documentario Ferrazzano" – Quotidiano Web

https://www.youtube.com/watch?v=SfQ5v0WdUSk&t=1917s


DON GIOVANNI CERIO


Sapevate che Ferrazzano ha avuto la fortuna di essere guidata per oltre mezzo secolo da una vera "colonna" della Chiesa molisana? Parliamo di Don Giovanni Cerio, una figura che definire semplicemente "parroco" sarebbe riduttivo.

Nato nel 1921 e ordinato sacerdote nel lontano 1947, Don Giovanni ha stabilito un legame con il nostro borgo che pochi altri possono vantare: ha servito la comunità per oltre 60 anni, diventando il testimone oculare di quasi un secolo di storia ferrazzanese. La vera curiosità sta nel suo straordinario traguardo di longevità: nel settembre del 2021, Don Giovanni ha spento ben 100 candeline, ricevendo l'abbraccio di tutto il paese che vedeva in lui non solo un prete, ma un nonno e una guida saggia.

È scomparso nel febbraio 2022, a pochi mesi dal suo centenario, lasciando un primato di dedizione e amore per il territorio che resta scolpito nelle pietre del centro storico. Se passeggiando tra i vicoli avvertite un senso di protezione e comunità, è anche merito del seme piantato da quest'uomo straordinario, che per tutta la vita ha considerato Ferrazzano non come una parrocchia, ma come la sua vera, grande famiglia.

Frame tratto dal video "Ferrazzano (CB)" – Canale YouTube Beni Immateriali del Molise. Archivio della memoria e delle tradizioni popolari.

https://www.youtube.com/watch?v=hbihyl_1KKc&t=1042s


GIACOMO DE SANTIS: Il Medico che Sfidò il Colera


Giacomo De Sanctis rappresenta una delle figure più luminose nella storia scientifica del Sud Italia. Nato a Ferrazzano nel 1781, proprio tra le nobili mura di Palazzo Chiarulli, questo illustre concittadino divenne un pioniere assoluto della medicina moderna. La sua fama è legata indissolubilmente al coraggio e alla lungimiranza dimostrati durante le terribili epidemie di colera che flagellarono il Regno di Napoli nell'Ottocento. A differenza di molti medici del suo tempo, De Sanctis ebbe l'intuizione profonda di considerare l'igiene e le condizioni sociali come fattori chiave per la salute pubblica, scrivendo trattati che divennero pietre miliari della scienza medica.

Ma ciò che lo rese una vera leggenda, tanto da meritare un posto d'onore tra i personaggi illustri di Ferrazzano, fu la sua immensa umanità. Conosciuto da tutti come il "medico dei poveri", Giacomo De Sanctis scelse di non chiudersi nei palazzi del potere, preferendo curare gratuitamente e con dedizione chiunque non avesse i mezzi per pagare. Mise costantemente a rischio la propria vita restando in prima linea accanto agli ultimi, portando sempre con sé l'orgoglio delle proprie origini. Una curiosità che non tutti sanno è che le sue teorie erano incredibilmente moderne: sosteneva che per sconfiggere i contagi servissero acqua pulita e case salubri prima ancora dei farmaci. Ancora oggi, osservando la targa commemorativa sulla facciata di Palazzo Chiarulli, possiamo sentire l'eco della sua grandezza: un uomo che dalle pietre di Ferrazzano è partito per salvare migliaia di vite, restando un esempio eterno di scienza al servizio del cuore.

Immagine ripresa dal libro "Ferrazzano nella storia" di Luigi Baranello

PIATTI TIPICI e GASTRONOMIA 

Tra le tradizioni gastronomiche di Ferrazzano emerge una cucina semplice, autentica e profondamente legata alla vita contadina.

1. La Lanata (Pizza di Granone con Fagioli e Patate)

È il piatto simbolo della fatica nei campi. La "lanata" è la pizza di mais che fa da base croccante alla morbidezza dei legumi.

Ingredienti: Farina di mais (granone), fagioli secchi, patate, cipolla cruda, strutto o olio EVO, peperoncino, sale.

Passaggi:

  1. I Legumi: Metti a bagno i fagioli la sera prima. Cuocili in una pignata di terracotta vicino al fuoco con acqua e patate a pezzi finché non diventano teneri.

  2. La Pizza (Lanata): Impasta la farina di mais con acqua bollente salata fino a ottenere un composto sodo. Stendilo in una teglia (o direttamente sul suolo del camino pulito).

  3. La Cottura: Copri con la "coppa" (campana di ferro) e ricopri di brace. Deve diventare dorata e croccante fuori, restando umida dentro.

  4. L'Unione: Spezzetta la pizza calda e uniscila nella pignata con i fagioli e le patate. Schiaccia il tutto grossolanamente con una forchetta.

  5. Il Tocco Finale: Servi con fette di cipolla cruda e un giro d'olio o lardo soffritto piccante.

2. La Ciambotta Ferrazzanese

A differenza di altre versioni italiane, qui la salsiccia è protagonista insieme alle verdure dell'orto.

Ingredienti: Peperoni cornetto, patate, salsiccia stagionata o fresca, pomodori maturi, basilico, olio, sale.

Passaggi:

  1. Salsiccia: Rosola la salsiccia a pezzi in padella con un filo d'olio finché non è dorata. Toglitela e mettila da parte.

  2. Verdure: Nella stessa padella (per sfruttare il grasso della carne), friggi le patate a cubetti. Una volta pronte, mettile da parte. Fai lo stesso con i peperoni a listarelle.

  3. Sughetto: Soffriggi il pomodoro fresco con il basilico per 10 minuti.

  4. Assemblaggio: Riunisci salsiccia, patate e peperoni nel sugo. Lascia insaporire a fuoco bassissimo per altri 5-10 minuti affinché i sapori si fondano perfettamente.

Tra le ricette più tradizionali si trova anche il baccalà alla racanata, cucinato a strati in una pentola bassa. Gli ingredienti – cipolle, baccalà, aglio, prezzemolo, pomodoro, olio, origano e poca acqua – venivano disposti con cura e lasciati cuocere lentamente a fuoco basso, senza fretta, secondo i tempi della cucina di una volta.

3. Baccalà alla Racanata (Arracanato)

"Arracanare" significa ricoprire di pangrattato o ingredienti che creano una crosticina saporita.

Ingredienti: Baccalà già ammollato, mollica di pane, noci tritate (opzionali), uvetta (opzionale), pomodorini, aglio, prezzemolo, origano, olio EVO.

Passaggi:

  1. Preparazione: Taglia il baccalà a pezzi e asciugalo bene.

  2. La Panatura: Prepara un mix di mollica di pane, prezzemolo tritato, aglio, origano e abbondante olio.

  3. Strati: In una teglia bassa, fai un letto di cipolle affettate e qualche pomodorino. Adagia il baccalà.

  4. Copertura: Copri ogni pezzo con il mix di mollica, premendo bene.

  5. Cottura: Aggiungi un filo d'acqua sul fondo (senza bagnare la mollica) e inforna a 180°C finché la superficie non è ben gratinata e il pesce tenero.

4. I Cavatelli con il sugo di "Tracchiole"

Il classico pranzo della domenica.

Ingredienti: Cavatelli fatti a mano, tracchiole (costine di maiale), passata di pomodoro, lardo, cipolla, vino rosso.

Passaggi:

  1. Il Soffritto: Batti il lardo con la cipolla e fallo sciogliere in una pentola di coccio.

  2. La Carne: Rosola bene le tracchiole. Sfuma con il vino rosso.

  3. La Salsa: Aggiungi il pomodoro e cuoci a fuoco lentissimo ("pipiando") per almeno 3 ore. La carne deve staccarsi dall'osso.

  4. Condimento: Cuoci i cavatelli, scolali e saltali nel sugo denso e scuro.

5. Lu Casciatiell (Rustico Pasquale)

Un rustico ricco che celebra la fine del digiuno quaresimale.

Ingredienti: Pasta lievitata (tipo pane), uova, formaggio pecorino stagionato, formaggio primosale, salame molisano o soppressata a cubetti.

Passaggi:

  1. Ripieno: In una ciotola sbatti molte uova con abbondante pecorino grattugiato finché non ottieni una crema densa. Aggiungi il formaggio fresco a pezzi e il salame.

  2. Farcitura: Stendi la pasta in una teglia alta, versa il composto di uova e formaggio.

  3. Chiusura: Copri con un altro disco di pasta o crea delle strisce come per una crostata.

  4. Cottura: Inforna finché non diventa gonfio e dorato.

6. Pizza e Minestra (Pizza de Grandinie)

È il piatto "povero" per eccellenza, un equilibrio perfetto tra la dolcezza delle verdure di campo e la consistenza della farina di mais.

  • Ingredienti: Farina di mais, acqua bollente, erbe di campo (cicoria, bietole, scarola, finocchietto selvatico), fagioli, olio EVO, aglio e peperoncino.

  • Preparazione:

    1. La Pizza: Impasta la farina di mais con acqua bollente salata e un filo d'olio. Stendila bassa in una teglia e cuocila in forno (o sotto la coppa) finché non è ben croccante.

    2. La Minestra: Pulisci e lessa le erbe di campo. In una padella capiente, fai soffriggere aglio, olio e peperoncino, poi ripassa le verdure aggiungendo i fagioli già cotti.

    3. L'Incontro: Spezzetta la pizza di mais ancora calda all'interno della minestra. Mescola bene sul fuoco per un paio di minuti affinché la pizza assorba il brodo delle verdure, ma rimanga comunque consistente.

7. Fagioli con le Cotiche (Fasciuole e Cutine)

Un piatto invernale, energetico e dal sapore intenso.

  • Ingredienti: Fagioli, cotiche di maiale, passata di pomodoro, sedano, carota, cipolla, prezzemolo.

  • Preparazione:

    1. Le Cotiche: Pulite e raschiate bene le cotiche, lessale in acqua bollente per circa 20 minuti per sgrassarle, poi tagliale a striscioline.

    2. Il Sugo: In una pignata, fai un soffritto con gli odori e aggiungi le cotiche. Unisci la passata di pomodoro e lascia cuocere lentamente.

    3. La Cottura: Quando le cotiche sono quasi tenere, aggiungi i fagioli (precedentemente lessati). Lascia borbottare finché il sugo non diventa denso e "appiccicoso", segno che la gelatina della cotica si è sciolta.

8. Cacio e Ova (Pallotte o versione in umido)

A Ferrazzano e in Molise, questa combinazione si trova spesso sotto forma di "pallotte" (polpette) cotte nel sugo.

  • Ingredienti: Uova, formaggio pecorino stagionato grattugiato, mollica di pane raffermo, prezzemolo, aglio, sugo di pomodoro semplice.

  • Preparazione:

    1. L'Impasto: In una ciotola unisci uova, abbondante pecorino, mollica sbriciolata, aglio tritato e prezzemolo. Lavora fino a ottenere una consistenza modellabile.

    2. Le Pallotte: Forma delle palline grandi come una noce e friggile brevemente in olio bollente (o, per una versione più leggera, tuffale direttamente nel sugo).

    3. La Cottura: Immergi le pallotte in un sugo di pomodoro leggero e lasciale cuocere per 10-15 minuti. Diventeranno soffici e raddoppieranno quasi di volume.

9. Cipolle Arracanate

  • Ingredienti: Cipolle rosse o bianche, pangrattato, origano, olio EVO, aceto di vino bianco, sale e pepe.

  • Preparazione:

    1. Taglio: Taglia le cipolle a fette spesse o a metà se sono piccole.

    2. Condimento: Disponile in una teglia, irrorale con olio e un goccio d'aceto. Ricoprile con un mix di pangrattato, abbondante origano, sale e pepe.

    3. Gratinatura: Inforna a 190°C finché la cipolla non diventa tenera e la "racanatura" (la crosticina) non è ben dorata.

10. Pizza con i Cicoli (Pizza con i frittole)

  • Ingredienti: Pasta di pane lievitata, cicoli (pezzetti di grasso di maiale croccanti rimasti dalla fusione dello strutto), pepe nero.

  • Preparazione:

    1. L'Impasto: Prendi la pasta del pane e lavorala incorporando generose manciate di cicoli e abbondante pepe nero.

    2. Stesura: Stendi l'impasto in una teglia unta con lo strutto.

    3. Cottura: Lascia lievitare ancora un'ora e poi inforna a 200°C. Si mangia calda, quando il grasso dei cicoli rende la pasta morbida e saporita.

Immagini tratte dal documentario "Ferrazzano (CB)" dal canale YouTube "Borghi d'Italia"

https://www.youtube.com/watch?v=hbihyl_1KKc&t=784s


I Dolci della Tradizione 


1. I Pepatelli 

Tipici del periodo natalizio ma amati tutto l'anno.

Ingredienti: Miele, farina, mandorle intere, pepe nero, buccia d'arancia grattugiata.

Passaggi:

  1. Impasto: Scalda il miele finché non diventa liquido. Unisci il pepe, l'arancia e le mandorle.

  2. Formatura: Aggiungi la farina finché non riesci a formare dei filoncini stretti e lunghi.

  3. Cottura: Inforna a 170°C per circa 20 minuti.

  4. Taglio: La parte fondamentale: taglia i filoncini a fettine sottilissime mentre sono ancora bollenti (appena si raffreddano diventano durissimi!).

Un piccolo segreto ferrazzanese: Una volta tagliati e raffreddati, i pepatelli sono perfetti se gustati bagnati in un bicchiere di vino cotto o di mosto, che ne esalta la nota speziata!

2. Le Ferratelle

Si prepara una pastella di uova, zucchero, farina e olio (spesso profumata all'anice). Si cuociono con il tipico "ferro" arroventato sul fuoco che imprime il disegno a rombi o a grata. Possono essere croccanti o morbide.

3. Le Pastarelle

Sono i classici biscotti da latte della nonna. Si usano uova, farina, zucchero e ammoniaca per dolci (che conferisce la tipica alveolatura). Vengono modellate a mano e spolverate di zucchero semolato prima di andare in forno.

4. Le Zeppole

Tipiche di San Giuseppe, ma amate sempre. Sono bignè fritti (o al forno) farciti con crema pasticcera e guarniti con un'amarena sciroppata. A Ferrazzano la versione tradizionale è spesso quella fritta, bella gonfia e dorata.

Ogni piatto racconta una storia di territorio, famiglia e cultura, offrendo un’esperienza autentica e indimenticabile per chi desidera scoprire i sapori tradizionali del borgo molisano.

Immagini tratte dal documentario "Ferrazzano (CB)" dal canale YouTube "Borghi d'Italia"

https://www.youtube.com/watch?v=hbihyl_1KKc&t=784s


SPIZZICANDO PER IL BORGO 🍴


C’è stata un’esperienza capace di trasformare il respiro silenzioso dei nostri vicoli in un’esplosione di profumi e convivialità, un appuntamento che per anni ha rappresentato il cuore pulsante dell’estate ferrazzanese: Spizzicando per il Borgo. Questa manifestazione non è mai stata una semplice degustazione, ma un racconto corale scritto tra le pietre del centro storico, dove l’enogastronomia diventava la chiave magica per aprire le porte della nostra identità. Immaginate di varcare le soglie del borgo antico e lasciarvi guidare non da una mappa, ma dal profumo del sugo che sobbolle lentamente o dalla fragranza del pane appena sfornato, in un percorso itinerante dove ogni angolo offriva una scoperta e ogni piazzetta un brindisi. Muniti di calice e curiosità, i visitatori si perdevano tra i varchi illuminati a festa, fermandosi a "spizzicare" le eccellenze del territorio: dai cavatelli fatti a mano ai formaggi intensi delle nostre colline, ogni boccone era un omaggio alla sapienza delle mani ferrazzanesi.

L’atmosfera era quella di una grande tavolata senza confini, dove il confine tra ospite e residente svaniva tra una risata e un racconto, mentre la musica popolare e il ritmo degli stornelli facevano vibrare l'aria fresca che sale dalla valle fino alle mura del Castello Carafa. Per la nostra Pro Loco, Spizzicando per il Borgo ha rappresentato l'orgoglio di mettere in mostra il volto più autentico e gioioso di Ferrazzano, dimostrando che la nostra storia non si ammira soltanto con gli occhi, ma si assapora lentamente, un sorso di vino e un assaggio alla volta. Anche se oggi quel cammino di sapori vive nel ricordo di chi lo ha attraversato, il suo spirito rimane intatto: è la testimonianza di una comunità che sa accogliere con il cuore e che riconosce nella condivisione di un piatto la forma più alta di amicizia e tradizione. 

TOUR  ed ESPERIENZE 🚶‍♂️


Ferrazzano, borgo d'eccellenza!


Ferrazzano entra ufficialmente nel ristretto novero dei borghi più belli d’Italia, ottenendo la Bandiera Arancione, il prestigioso marchio di qualità turistico-ambientale del Touring Club Italiano. Questo riconoscimento non è un semplice premio, ma una certificazione rigorosa assegnata ai Comuni dell’entroterra (con meno di 15.000 abitanti) che sanno distinguersi per un’accoglienza d’eccellenza e una gestione sostenibile del territorio.

Un primato storico per il territorio

L'assegnazione della Bandiera Arancione a Ferrazzano segna una tappa storica: è infatti la prima volta che questo riconoscimento viene conferito a un comune della provincia di Campobasso. Ferrazzano si unisce così al ristretto gruppo molisano composto da Agnone, Frosolone e Scapoli, portando finalmente il vessillo della qualità turistica nel cuore del capoluogo di regione.

Perché Ferrazzano è stata scelta?

Il Touring Club Italiano ha motivato la scelta premiando l'armonia e la cura del nostro borgo. Tra i punti di forza che hanno convinto la commissione spiccano:

  • Omogeneità architettonica: Il centro storico è stato giudicato un esempio perfetto di conservazione, dove la pietra viva e le antiche strutture creano un’atmosfera autentica e senza tempo.

  • Arredo urbano e cura dei dettagli: La manutenzione impeccabile delle strade e delle piazze rende il borgo un "salotto all'aperto", ideale per essere esplorato rigorosamente a piedi.

  • Accoglienza del "Turista Curioso": Ferrazzano è stata definita una meta perfetta per chi cerca un turismo lento, capace di svelare importanti attrattori storico-culturali nascosti tra le sue strette vie e i suoi scorci panoramici.

Una garanzia per il visitatore

Essere un "Borgo Arancione" significa garantire a chi ci visita un'esperienza di qualità superiore: servizi turistici efficienti, informazioni puntuali, un patrimonio tutelato e, soprattutto, l'ospitalità calorosa tipica della nostra gente. Non è solo un punto di arrivo, ma un impegno che la comunità di Ferrazzano rinnova ogni giorno per proteggere la propria bellezza e offrirla al mondo.

Testi elaborati sulla base dei dati ufficiali del Touring Club Italiano e delle comunicazioni istituzionali del Comune di Ferrazzano.

Notizie tratte da Primonumero.it e Ferrazzano Quotidiano Web.

https://www.primonumero.it/2018/01/al-borgo-la-bandiera-arancione-del-touring-club-per-il-centro-storico/1516726164/

Crea il tuo sito web con Webador