CURIOSITA'

Ferrazzano è un borgo dal fascino autentico, ricco di storia, tradizioni e cultura popolare. Passeggiando tra le sue strade è possibile scoprire scorci caratteristici, testimonianze artistiche e antiche usanze che raccontano l’identità della comunità.

Il paese è famoso per le sue manifestazioni tradizionali, come la Maitenata, e per eventi che celebrano la cultura, la musica e la poesia locali. Non mancano le eccellenze artigianali, come il tombolo, che ancora oggi viene tramandato di generazione in generazione, e la gastronomia tipica, con piatti che custodiscono i sapori e la storia del territorio.

Ogni angolo di Ferrazzano ha una storia da raccontare: dai vicoli del centro storico agli scorci panoramici che abbracciano la valle circostante, il borgo invita a scoprire piccoli dettagli, curiosità e tradizioni spesso sconosciute ai visitatori.

Scoprire Ferrazzano significa immergersi in un mondo fatto di cultura, folclore e autenticità, vivendo esperienze che rendono ogni visita unica e memorabile.

LEGGENDE E MISTERI e CREDENZE POPOLARI 🏰

Questa sezione ci conduce nel mondo affascinante delle leggende, dei misteri e delle credenze popolari, dove realtà e fantasia si intrecciano e le storie tramandate di generazione in generazione custodiscono la memoria, le paure e l’immaginazione della comunità. Racconti curiosi, superstizioni e antiche tradizioni ci permettono così di riscoprire un passato ricco di fascino, mistero e umanità.

Ferrazzano tra Storia e Mistero: Le Leggende del Castello Carafa

Tra pietre antiche che raccontano battaglie, fasti nobiliari e silenzi secolari, il Castello Carafa non è soltanto un monumento di storia e architettura: è anche custode di racconti sussurrati, tramandati nelle sere d’inverno e tra le sue possenti mura.

Una delle credenze più intramontabili riguarda l'esistenza di un antico passaggio sotterraneo, una galleria segreta che collegherebbe direttamente il castello di Ferrazzano a quello di Campobasso. Si narra che questo tunnel servisse ai signori locali per sfuggire agli assedi o per incontri segreti; ancora oggi, nelle notti di silenzio assoluto, si dice che appoggiando l'orecchio al suolo in alcuni punti del centro storico si possa avvertire il rimbombo dei passi degli antichi cavalieri che percorrono quel sentiero invisibile.

Strettamente legata a questi sotterranei è la leggenda della Grotta dello Stendardo. Si racconta che questo passaggio segreto avesse la sua uscita proprio in un ammasso roccioso alle pendici del paese; una via di fuga strategica che i Signori del maniero utilizzavano per mettere in salvo non solo le proprie vite e i propri tesori, ma anche le preziose insegne e i vessilli di famiglia – gli stendardi, appunto – affinché non cadessero in mano nemica.

Ma il castello nasconde anche echi più oscuri e inquietanti, come il Jus Primae Noctis. Nelle notti di plenilunio, le fantasie più spinte credono di sentire ancora, in una certa ala della rocca, le voci e i lamenti di giovani spose contadine. La leggenda rimanda alla spregevole prepotenza dei signori feudali che reclamavano il diritto di trascorrere la prima notte di nozze con le fanciulle del borgo, un'ombra del passato che sembra ancora aleggiare tra le mura quando le opache nebbie invernali avvolgono il maniero.

Ogni borgo conserva però più di un segreto, e quello di Ferrazzano ha anche il volto curioso e imprevedibile di un piccolo folletto. È qui che prende vita la leggenda del Mazzamauriello, figura sospesa tra mistero e sorriso, capace di intrecciare passato e immaginazione. Secondo la tradizione, questo spirito burlone abita proprio tra le mura della rocca e nei corridoi che portano alle profondità della terra: dispettoso ma talvolta benevolo, può aiutare chi dimostra rispetto per il luogo e per le sue storie, oppure giocare scherzi a chi lo ignora.

La leggenda parla di rumori misteriosi, luci che sembrano muoversi da sole, oggetti che cambiano posto e, in alcune versioni, di un anello magico custodito dal folletto, simbolo della sua natura enigmatica e della connessione tra il mondo visibile e quello dell’immaginario. Figura diffusa nel folklore del centro-sud, il Mazzamauriello incarna un’originale ambivalenza: può portare fortuna e prosperità, ma anche sventure se contrariato.

Questa storia riflette la capacità della comunità di trasmettere memoria e valori attraverso il folklore, creando un legame indissolubile tra lo spazio fisico — il castello, le torri e i sotterranei — e la dimensione immateriale dei racconti tramandati di generazione in generazione. Oggi, tra il mito del passaggio segreto, l'eco dei passi antichi e le prodezze del folletto, la leggenda continua a vivere durante visite guidate e incontri culturali, trasformando la tradizione orale in uno straordinario strumento di educazione e valorizzazione del borgo. Il Mazzamauriello diventa così il simbolo di una continuità tra passato e presente, invitando chiunque attraversi Ferrazzano a guardare oltre la pietra, laddove la storia si fa magia.

Informazioni tratte dal libro "Ferrazzano nella storia" di Luigi Baranello

e dal "Documentario Ferrazzano" tratto dal canale YouTube QuotidianoWEB

https://www.youtube.com/watch?v=SfQ5v0WdUSk&t=955s

Gli aneddoti di Giovannino Roccia – Memorie di Ferrazzano

Giovannino Roccia, nato a Ferrazzano il 27 novembre 1933, è un poeta, scrittore e profondo conoscitore della cultura e del dialetto ferrazzanese. Fin da giovane si è dedicato alla composizione di mascherate e scherzi carnevaleschi, mantenendo vivo il legame con le tradizioni popolari del paese.

Nel corso della sua attività ha pubblicato numerose opere dedicate a Ferrazzano, tra cui “A ru paése nuóštre”, “Il mio dialetto – Ru farazzanése”, “Duemila proverbi di e in uso a Ferrazzano”, “Questo è Ferrazzano” e il “Dizionario della lingua ferrazzanese”. Attraverso i suoi scritti ha custodito parole, proverbi, tradizioni e testimonianze della vita di un tempo.

In questa sezione proponiamo alcuni aneddoti tratti da “Steva ’na vota” (C’era una volta a Ferrazzano), uno dei suoi libri più legati alla memoria popolare. Sono racconti in cui realtà e fantasia si incontrano, dando vita a personaggi, episodi e situazioni curiose che raccontano, con ironia e semplicità, la Ferrazzano di una volta.

1) L'Esorcismo – La curiosa vicenda di don Donato Mastropietro

Tra i personaggi più curiosi ricordati da Giovannino Roccia in Steva ’na vota c'è don Donato Mastropietro, parroco della Chiesa di Santa Maria Assunta di Ferrazzano, vissuto tra il 1876 e il 1954.

Don Donato era un sacerdote particolarmente colto, intraprendente e dotato di una sorprendente abilità manuale. Amava costruire personalmente il grande presepe della chiesa, popolandolo di pastori che spesso trasformava in vere e proprie opere meccaniche: il macellaio muoveva il braccio mentre tagliava la carne, il boscaiolo faceva oscillare la scure e persino un vecchio mendicante sembrava inchinarsi per ringraziare chi gli lasciava una monetina.

Ma la fama di don Donato non era legata soltanto al presepe. In quegli anni, infatti, nel paese circolavano racconti e voci sulle sue presunte pratiche di esorcismo. Si diceva persino che alcuni demoni frequentassero la cantina della sua abitazione, a Palazzo Chiarulli, e che talvolta cercassero di vendicarsi di lui con strani dispetti.

Come spesso accade nella tradizione popolare, è difficile distinguere ciò che fosse realmente accaduto da ciò che, con il passare del tempo, era stato arricchito dalla fantasia e dal racconto. Tuttavia, proprio queste storie contribuirono a costruire attorno alla figura di don Donato un'aura di mistero e di rispetto.

Uno degli episodi più curiosi riguardò proprio Giovannino Roccia, allora ancora bambino. Nato nel 1933, era inizialmente molto gracile e poco incline a mangiare. La sua costituzione preoccupava talmente la famiglia che una vicina, zia Nunziatina, convinse la madre che il bambino potesse essere vittima delle streghe, le quali, secondo le credenze dell'epoca, durante la notte lo avrebbero rapito per sottoporlo a misteriosi e inquietanti “giochi satanici”.

La madre, nonostante il parere contrario del marito, decise allora di portare il piccolo Giovannino al monastero di San Giovanni, dove un frate gli impartì una speciale benedizione per allontanare quella presunta malefica influenza.

La storia, fortunatamente, ebbe un lieto fine: Giovannino cominciò presto a mangiare regolarmente, crebbe sano e robusto e fece finalmente tirare un sospiro di sollievo alla famiglia.

Un altro episodio, tramandato nella memoria popolare di Ferrazzano, contribuì ad alimentare ulteriormente il fascino misterioso che circondava la figura di don Donato. Alla sua morte, secondo il racconto riportato dalla tradizione locale, la salma del sacerdote venne esposta nella consueta bara di vetro, come spesso avveniva all'epoca per le figure religiose. Quando il corteo funebre uscì da Palazzo Chiarulli, una forte raffica di vento avrebbe improvvisamente colpito la bara, provocandone la rottura: i vetri si infransero e alcuni frammenti caddero sulla salma del sacerdote.

L'accaduto suscitò grande impressione nella comunità ferrazzanese. Molti abitanti, profondamente influenzati dalle credenze del tempo e dalle storie sugli esorcismi attribuiti a don Donato, interpretarono quell'evento come un ultimo misterioso segno, arrivando a pensare che dietro quell'episodio potesse esserci addirittura l'intervento del demonio.

Al di là della veridicità del racconto, questa vicenda rappresenta bene il clima culturale di un'epoca in cui fede, superstizione e immaginazione popolare si intrecciavano continuamente.

2) Carebbalde (Garibaldi)

Tra i personaggi più curiosi ricordati da Giovannino Roccia in Steva ’na vota c’è Aniello Izzi, un campobassano conosciuto dai ferrazzanesi con il soprannome di Carebbalde. Era un uomo piccolo di statura, quasi cieco, con grandi occhiali dalle lenti spesse, ma possedeva un talento straordinario: suonava l’ocarina con grande abilità, regalando alla gente melodie capaci di incantare chi lo ascoltava.

Non essendo un’epoca in cui il denaro circolava facilmente, Carebbalde veniva spesso ricompensato con ciò che nelle case contadine abbondava: vino, cibo, biscotti e prodotti fatti in casa. Spesso portava con sé i figli, anch’essi musicisti, trasformando le sue esibizioni in piccoli concerti di paese.

Uno degli episodi più divertenti riguarda una serenata organizzata per conquistare Giuseppina, sorella di Giovannino Roccia. Un gruppo di giovani musicisti, tra cui il figlio di Carebbalde, Pippo, suonava sotto casa della ragazza, accompagnando un innamorato con fisarmonica e sassofono. La musica, però, non fu apprezzata da tutti: il futuro suocero della famiglia, zi’ Francesco, infastidito dal rumore e geloso del suo “angolo” sotto casa, arrivò minacciando i musicisti e costringendoli ad andarsene.

Ma la storia più gustosa riguarda proprio Carebbalde e il figlio Pippo. Durante un’esibizione in una casa di Ferrazzano, il piccolo gruppo suonava circondato dai profumi della cucina: dal soffitto pendevano salsicce, soppressate e altri salumi. Il giovane Pippo, attirato da quella vista invitante, si avvicinò forse troppo al cibo. Il padre, fingendosi severo, gli diede uno scapaccione e lo rimproverò davanti a tutti:

"È sciute a saucicce! Nen te mitte manche scuórne..."
("Sei andato alla salsiccia! Non ti vergogni neppure...")

La padrona di casa, commossa dal pianto del bambino, intervenne e gli regalò un bel pezzo di salsiccia. Così Pippo ottenne proprio ciò che desiderava, mentre il padre dimostrò tutta la sua astuzia: dietro quella punizione si nascondeva probabilmente una strategia per convincere la padrona di casa a offrire spontaneamente qualcosa al ragazzo.

Proprio per questa capacità di arrangiarsi e di trovare sempre una soluzione ingegnosa, Giovannino Roccia immagina che il soprannome Carebbalde, richiamo popolare a Garibaldi, non fosse dovuto solo al nome, ma anche alla sua abilità da “stratega” nella vita quotidiana.

Una storia semplice e ironica che racconta un mondo scomparso: quello dei musicisti ambulanti, delle serenate sotto le finestre e della solidarietà dei paesi molisani, dove anche una piccola astuzia poteva trasformarsi in un ricordo da tramandare.

3) Cuóseme (Cosimo)

Tra i racconti più curiosi ricordati da Giovannino Roccia in Steva ’na vota c’è quello di Cuóseme, un anziano del paese dalla personalità unica, capace di affrontare anche le situazioni più drammatiche con una calma sorprendente e un’ironia tutta contadina.

La scena si svolge durante una normale sera d’inverno. La famiglia è riunita intorno alla buffètta, la tavola di casa, intenta a cenare e a chiacchierare. Ognuno racconta i propri piccoli desideri: la figlia sogna un vestito nuovo, la madre vorrebbe un fazzoletto per il capo, il piccolo Minuccio desidera una nuova trottola. Sono desideri semplici, legati alla vita quotidiana di una famiglia contadina che deve fare i conti con le spese e le difficoltà economiche.

Seduto con loro c’è il nonno Cuóseme, che ascolta distrattamente mentre pensa soltanto a qualche pacchetto di tabacco in più per la sua amata pipa di terracotta. Per lui le cose importanti sono poche: una buona cena, un bicchiere di vino e una fumata tranquilla prima di andare a dormire.

All’improvviso, però, la tranquillità viene spezzata da un violento terremoto. La casa trema, i piatti tintinnano, le sedie si spostano e per le strade si sente il grido spaventato della gente:

“Ru tèrramote! Ru tèrramote!”
(Il terremoto! Il terremoto!)

Tutta la famiglia corre fuori per mettersi al sicuro, ma quando fanno l’appello si accorgono che manca proprio lui: Cuóseme è rimasto dentro casa.

I parenti, terrorizzati, lo chiamano dalla strada e lo implorano di scendere:

"Cuóseme, esci fuori! Fallo per l’amore di Dio!"

Ma il vecchio, comodamente seduto a tavola, continua tranquillamente a mangiare e risponde senza alcuna paura:

"Nen voglie šcegne! Štènghe còmmede a la casa mé!"
("Non voglio scendere! Sto comodo a casa mia!")

Quando gli spiegano che la casa potrebbe crollargli addosso e che potrebbe persino morire, lui lascia tutti senza parole con la sua risposta:

"E che me ne 'mporta a mé ca me more?! Se me more, alméne more satulle!"
("E cosa mi importa se muoio?! Se muoio, almeno muoio sazio!")

Con questa frase si chiude il ritratto di un uomo che rappresenta perfettamente una mentalità antica: concreta, fatalista e capace di trovare un sorriso anche davanti alla paura. Per Cuóseme la vita aveva il suo ritmo naturale: dopo una buona cena, un bicchiere di vino e una fumata di pipa, anche il destino poteva aspettare.

4) JANNE (Giovanni)

Tra le storie più curiose della memoria popolare di Ferrazzano c’è quella di Janne, un contadino dal carattere riflessivo e dall’ironia straordinaria, protagonista di una vicenda che mostra quanto sia imprevedibile il destino.

Janne aveva vissuto una vita semplice ma felice accanto alla moglie Teresina, sposata per amore. I due lavoravano le loro terre e, pur non avendo figli, erano profondamente legati. La morte prematura della moglie, però, lasciò Janne solo e costretto a reinventarsi la vita.

Con il passare degli anni iniziò a preoccuparsi di una questione molto concreta: a chi sarebbero andati i suoi beni dopo la sua morte? Non aveva più fiducia nel fratello, che in passato lo aveva danneggiato, né nei nipoti, che sembravano averlo dimenticato. E un nuovo matrimonio era impensabile per rispetto della memoria di Teresina.

Così Janne decise di fare un ragionamento “scientifico”: osservando le tombe del cimitero e facendo i suoi calcoli, stabilì che alla sua età, circa 62 anni, gli restavano pochi anni da vivere. Convinto di non avere molto tempo davanti, vendette casa e terreni e trasformò i suoi beni in denaro da spendere per godersi finalmente una vecchiaia tranquilla, senza più preoccupazioni.

Il problema fu che il suo calcolo era perfetto… ma solo sulla carta.

Gli anni passarono e Janne, invece di morire secondo le sue previsioni, continuò a vivere. Arrivato a 69 anni aveva consumato tutti i suoi risparmi, venduto anche ciò che gli restava e non aveva più la forza per tornare a lavorare nei campi. La vita gli aveva regalato più tempo, ma lui non aveva più risorse per affrontarlo.

Ma Janne non si arrese. Con la sua solita intelligenza e un grande senso dell’umorismo, iniziò una nuova fase della sua esistenza: prese la bisaccia e divenne un mendicante ambulante. Per le strade del paese chiedeva aiuto con una simpatica cantilena:

"Facéte bène a Janne, ca so' rresurte l'anne!"
("Fate del bene a Janne, perché gli anni sono aumentati!")

La gente del paese, divertita dalla sua storia e colpita dalla sua dignità, non lo lasciò mai solo: gli offriva cibo e piccoli aiuti, permettendogli di vivere serenamente gli ultimi anni.

La parabola di Janne racconta con ironia una grande verità: l’uomo può fare tutti i suoi calcoli, ma la vita segue strade imprevedibili. E spesso, per affrontare ciò che arriva, servono più saggezza e spirito di adattamento che denaro.

5) Campanilismo: la rivalità tra Ferrazzano e Mirabello tra storia e leggenda

Il campanilismo tra paesi vicini è un fenomeno antico: nasce dal senso di appartenenza alla propria comunità e, spesso, dalla rivalità con chi abita poco distante. Anche tra Ferrazzano e Mirabello Sannitico questa competizione aveva radici profonde, alimentata soprattutto da antiche dispute sui confini e sulla proprietà di alcuni territori, come il Mulino Di Maio sul Tappino e il bosco Delle Valli (la Guarana).

Queste contese arrivarono persino a provocare episodi drammatici. Nel 1631, durante un incontro pubblico per discutere dei confini tra i due paesi, una discussione tra alcuni abitanti degenerò. Un ferrazzanese, Giandomenico Santangelo, intervenne per calmare gli animi, ma venne colpito mortalmente da un colpo di arma da fuoco partito dalla folla. Secondo la tradizione, il luogo dell’accaduto prese il nome di Collerosso.

Con il passare dei secoli l’antica ostilità si attenuò, lasciando spazio soprattutto a battute e racconti ironici. Tra questi è rimasta famosa una leggenda popolare che racconta di alcuni abitanti di Mirabello infastiditi dalla posizione dominante di Ferrazzano, che dall’alto sembrava “osservare” continuamente il paese vicino con le sue case e le sue finestre.

Un giorno alcuni di loro decisero di risolvere definitivamente il problema: costruire un enorme cannone artigianale per abbattere quello che chiamavano lo “Spione”, cioè Ferrazzano. Recuperarono un vecchio tronco cavo, lo trasformarono in un’arma, prepararono la polvere da sparo e la caricarono con pezzi di ferro e vecchi attrezzi agricoli come zappe, falci e roncole.

Quando tutto fu pronto, portarono il cannone in piazza, lo puntarono verso Ferrazzano e organizzarono il grande “attacco”. Il risultato, però, fu ben diverso da quello immaginato: l’esplosione fu enorme, il cannone si distrusse, il fumo avvolse la piazza e vetri e materiali volarono ovunque, provocando un gran caos.

Quando finalmente la nube si diradò, gli improvvisati artiglieri, convinti di aver compiuto l’impresa, esclamarono soddisfatti:

"Se qua da dove abbiamo sparato abbiamo combinato questo disastro, sicuramente Ferrazzano avrà smesso di toglierci il sole!"

Ma la sorpresa fu amara: Ferrazzano era ancora lì, immobile e intatto sulla sua collina.

La storia, probabilmente frutto della fantasia popolare, è diventata un simbolo del carattere scherzoso con cui oggi viene ricordata la rivalità tra i due paesi. Un racconto che, dietro l’antico spirito campanilistico, mostra anche una grande capacità di ridere di sé stessi e trasformare vecchie rivalità in patrimonio di memoria e tradizione.

6) Costanza e la strega

Tra i racconti più curiosi della memoria popolare di Ferrazzano c’è quello di Costanza, una giovane bracciante conosciuta per la sua energia, la simpatia e il carattere allegro. Quando c’era bisogno di raccogliere la frutta nei campi, era sempre lei la prima ad essere chiamata: il suo entusiasmo riusciva a coinvolgere anche gli altri lavoratori, trasformando la fatica in un momento di compagnia e allegria.

Un anno, durante una stagione particolarmente abbondante, il gruppo di lavoranti venne ampliato con alcune donne anziane, tra cui una certa ze’ Cristina, una vecchia del paese sulla quale circolavano strane voci. La gente raccontava infatti che fosse una strega e che, come tutte le streghe della tradizione popolare, partecipasse ai misteriosi sabba sotto la quercia di Benevento. Molti, incontrandola, facevano scongiuri e recitavano formule per proteggersi dalla sua presunta magia.

Il padre di Giovannino Roccia, però, non credeva affatto a quelle superstizioni e la prese tranquillamente a lavorare insieme agli altri.

Durante una sera trascorsa nella grande cucina di casa, dopo una giornata nei campi, Costanza decise di fare uno scherzo alla vecchia Cristina. Approfittando della confusione e con la complicità di due giovani compagne, prese un piccolo treppiede e lo nascose sotto la sedia della donna.

Secondo una vecchia credenza popolare, mettere un treppiede o una forbicina aperta sotto la sedia di una strega avrebbe avuto il potere di bloccarla, impedendole di alzarsi finché l’oggetto non fosse stato tolto.

Lo scherzo sembrò riuscire alla perfezione: quando arrivò il momento di andare a dormire, ze Cristina rimase seduta e, contorcendosi sulla sedia, iniziò a dire:

"E... remannateme!"
("Liberatemi!")

All’inizio nessuno capì cosa stesse succedendo. Il padre di Giovannino pensò fosse una battuta, ma poi notò le risatine trattenute delle ragazze nascoste dietro la porta e comprese tutto. Scoprì il treppiede sotto la sedia e rimproverò duramente Costanza e le sue compagne, spiegando loro che quello scherzo, oltre a essere poco rispettoso, poteva creare inutili paure nella donna.

La vecchia Cristina, infatti, anche se considerata una “strega” dalla fantasia popolare, era semplicemente una persona anziana vittima delle credenze del paese.

L’episodio ebbe però un seguito ancora più curioso: il bambino della famiglia, proprio Giovannino Roccia, era in quel periodo molto gracile e malaticcio. Alcuni parenti e conoscenti arrivarono a pensare che potesse essere stato colpito dalle stregonerie della vecchia Cristina. La madre, preoccupata, lo portò persino al convento di San Giovanni a Campobasso per ricevere una benedizione contro il presunto maleficio.

Naturalmente, con il tempo, Giovannino guarì e crebbe normalmente: probabilmente fu solo una coincidenza, ma nella memoria familiare rimase il dubbio scherzoso che la “strega” avesse davvero avuto qualcosa a che fare con quella vicenda.

Il racconto di Costanza e la strega è così un perfetto esempio di come, nella cultura contadina di un tempo, scherzi, superstizioni, paure e ironia convivessero insieme, creando storie capaci di essere tramandate per generazioni.

7) La macellazione del maiale: una tradizione di famiglia e di paese

Un tempo, nelle famiglie contadine, gli animali erano una parte fondamentale della vita quotidiana e avevano soprattutto una funzione pratica: fornire cibo e aiutare nel lavoro. Tra tutti, il maiale aveva un'importanza particolare, perché dalla sua macellazione si ricavavano carne, grasso, salumi e altri alimenti utili per la famiglia durante tutto l'anno.

La macellazione del maiale, che si svolgeva soprattutto nei mesi freddi di dicembre e gennaio, non era quindi un semplice lavoro, ma un vero e proprio rito familiare e comunitario. Era necessario preparare con cura gli strumenti e organizzare i compiti: ognuno aveva il proprio ruolo e spesso partecipavano parenti, amici e lavoranti. A Ferrazzano era molto apprezzato zi' Carmine, considerato un macellaio esperto e abile, tanto da essere richiesto da molte famiglie.

La sera prima della macellazione, in casa si parlava già dell'importante lavoro del giorno seguente. Anche i bambini assistevano con curiosità e cercavano di sentirsi parte dell'impresa. Tra loro c'era il piccolo Giovannino, che desiderava soprattutto avere un compito vero.

Durante la distribuzione dei ruoli, però, gli adulti si accorsero di essersi dimenticati proprio di lui. Fu allora che qualcuno propose di affidargli un incarico apparentemente semplice ma fondamentale: reggere la coda del maiale. Giovannino accettò con grande entusiasmo, promettendo che, una volta afferrata, non l'avrebbe lasciata per nessun motivo.

La cosa lo emozionò talmente tanto che quella sera non riusciva quasi a dormire. Continuava a immaginare le code dei maiali che cercavano di sfuggirgli e si raccomandava di svegliarsi presto, per non perdere il momento della macellazione. Alla fine, però, il sonno ebbe la meglio.

Dopo appena una quarantina di minuti, Giovannino si svegliò di soprassalto sentendo delle voci provenire dal piano di sotto. Convinto che fosse già mattina e che gli altri stessero per iniziare senza di lui, si vestì in fretta e corse in cucina.

Entrò agitato, pronto a svolgere il suo compito, ma trovò tutti ancora tranquillamente seduti a parlare. Quando disse, assonnato e preoccupato, che dovevano andare ad “ammazzare il maiale”, scoppiò una fragorosa risata: aveva scambiato una breve pausa notturna per l'alba e aveva trasformato una notte intera in meno di un'ora!

Il padre, divertito ma anche intenerito dalla sua impazienza, lo rassicurò: sarebbe stato lui a chiamarlo la mattina seguente, così non avrebbe rischiato di perdere il suo incarico.

Il significato della tradizione

Il racconto non parla soltanto della macellazione del maiale, ma restituisce l'immagine di un mondo contadino in cui lavoro, famiglia, amicizia e convivialità erano profondamente intrecciati. La macellazione diventava un momento collettivo: ciascuno contribuiva secondo le proprie capacità, i più esperti guidavano il lavoro e anche i bambini cercavano di partecipare.

Oggi quella pratica può apparire lontana, ma nel racconto rimane soprattutto il ricordo di una tradizione condivisa, fatta di fatica, collaborazione, scherzi e momenti vissuti insieme. E la piccola avventura di Giovannino, con la sua ansia di non arrivare in tempo, aggiunge alla memoria di quel rito una nota comica, tenera e profondamente umana.

8) Segreti antichi: Olio e acqua per sciogliere il malocchio

Il malocchio, tradizione popolare molto sentita nel Sud Italia, in particolare in Campania, è diffuso anche in Molise, e a Ferrazzano è considerato un fenomeno reale, da curare con riti specifici.

I sintomi principali includono mal di testa, nausea e agitazione, causati da invidia o maldicenze, spesso anche involontarie.

Per liberarsi dal malocchio, la tradizione affida il compito a donne adulte esperte, che tramandano la “formula magica” – preghiere e rituali per sciogliere la jettatura – solo a persone fidate della famiglia, solitamente nella notte di Natale, momento ritenuto carico di potere protettivo.

Il rito più diffuso utilizza olio d’oliva e acqua: le gocce d’olio versate nell’acqua rivelano se la persona è stata colpita e quanto è recente l’influsso. Attraverso gesti simbolici, segreti e ripetizioni rituali, il paziente viene liberato dai sintomi, mostrando come questa pratica rappresenti un patrimonio immateriale della comunità, che unisce sapienza popolare, spiritualità e tradizione.

PROVERBI :"Accuscì se dice a Ferrazzane" (Così si dice a Ferrazzano)

Il dialetto di Ferrazzano non è solo un insieme di suoni, ma un vero e proprio codice culturale che racchiude la storia, l'arguzia e la resilienza della nostra comunità.

Questa sezione nasce con l’intento di preservare e condividere l’immenso patrimonio della tradizione orale locale, attingendo in particolare al prezioso lavoro di ricerca documentato nel volume "Duemila proverbi di e in uso a Ferrazzano", curato da Giacomo Roccia e Anna Maria Pilla. Un'opera monumentale che ha permesso di salvare dall'oblio pillole di saggezza che altrimenti sarebbero andate perdute.

Abbiamo suddiviso i detti per aree tematiche, per permettervi di riscoprire come i nostri avi interpretavano il mondo.

🌤 1. Il Cielo e la Terra (Meteo e Agricoltura)

Il legame tra il borgo e i cicli della natura, fondamentale per la vita contadina di un tempo.

  • "A la Cannelora o sciocche o chiove ca la vernata è fore."

    • Traduzione: Alla Candelora (2 febbraio), o nevica o piove, perché l’inverno sia finito.

  • "Tiemb de vierne e cure de criature: ne può mié sctà sicure!"

    • Traduzione: Tempo d'inverno e sederino di bambino: non puoi mai stare sicuro (sono entrambi imprevedibili).

  • "Néve marzarola, dura quante la socra con la nora."

Traduzione: La neve di marzo dura quanto la suocera con la nuora (ovvero, pochissimo).

🏠 2. La Casa e il Sangue (Famiglia e Relazioni)

Riflessioni sui legami affettivi, l'amicizia e la gestione della vita domestica.

  • "Chi te vò bbéne vé n’a case, chi te vò male te manna a chiamà."

    • Traduzione: Chi ti vuole bene viene a trovarti a casa, chi ti vuole male ti manda a chiamare.

  • "L’uosse viécchie acconcia la menèstra."

    • Traduzione: L'osso vecchio insaporisce la minestra (La saggezza degli anziani è preziosa per la famiglia).

  • "Chi n'ascolta mamma e patre, va a murì addò n'o sanno."

  •  Traduzione: Chi non ascolta i consigli dei genitori, va a finire male dove nessuno lo conosce.

💪 3. L'Arte del Vivere (Lavoro e Carattere)

L'ironia verso i pigri e il valore del sacrificio, tratti tipici dell'anima ferrazzanese.

  • "U cattive lauratore ogni zzappate è nu delore."

    • Traduzione: Per il cattivo lavoratore ogni colpo di zappa è un dolore fisico.

  • "La carne fa sanghe, u vine fa sanghe, la fatija fa jettà u sanghe!"

    • Traduzione: La carne fa sangue, il vino fa sangue, ma la fatica fa sputare il sangue.

  • "Chi ce ’cconge ce sconge."

  • Traduzione: Chi cerca di sistemarsi/abbellirsi troppo finisce per rovinarsi (Un invito alla semplicità).

🧐 4. Verità e Disincanto

Massime taglienti sulla realtà della vita e dei soldi.

  • "Senza solde nen-ze càndene le mésse."

    • Traduzione: Senza soldi non si cantano le messe (Nulla si ottiene senza i mezzi necessari).

  • "U scarpare va senza scarpe."

    • Traduzione: Il calzolaio va in giro con le scarpe rotte (Spesso si trascura il proprio bisogno proprio nel settore in cui si è esperti).

  • "Attacca u ciucce addò vò u padrone."

    • Traduzione: Lega l'asino dove vuole il padrone (Esegui gli ordini di chi comanda, anche se sembrano sbagliati, per evitare guai).                                                                                                                                          FONTE: Informazioni tratte dal libro "Duemila proverbi di e in uso a Ferrazzano" di Giacomo Roccia e Anna Maria Pilla.

      Molti altri preziosi insegnamenti si ritrovano nel "Dizionario della lingua ferrazzanese" di Giovannino Roccia, un’opera nata da un lavoro certosino di recupero e documentazione. In questo volume, l’autore non si limita a catalogare i vocaboli del nostro dialetto, ma ne sviscera l'anima, accompagnando spesso ogni termine con proverbi e modi di dire che ne chiariscono l'uso e il contesto sociale.

      Quello di Roccia è un vero e proprio viaggio antropologico: attraverso la sua penna, il dialetto cessa di essere solo un insieme di suoni antichi per diventare una testimonianza viva della psicologia e dell’etica di un popolo. I proverbi che seguono, estratti dalla sua ricerca, rappresentano una bussola morale e pratica, capace di offrire una chiave di lettura lucida e talvolta ironica su ogni aspetto della vita quotidiana.

      Per meglio comprendere questa ricchezza, possiamo suddividere i motti più significativi in alcune categorie tematiche:

      1. Etica del Lavoro e del Tempo

      Questa categoria raccoglie i motti che spronano all'azione e condannano la pigrizia o la vanità.

      • "Atta sazia nn' acchiappa surge"

        • Traduzione: Gatta sazia non acchiappa sorci (topi).

        • Spiegazione: Descrive la mancanza di stimoli causata dall'abbondanza. Proprio come un gatto sazio non caccia, l'uomo nel benessere perde la grinta e l'intraprendenza. La necessità è la vera madre dell'impegno.

      • "Decétte la mósca ncóppa a ru vóve: aráme"

        • Traduzione: Disse la mosca sopra il bue: "Ariamo".

        • Spiegazione: Sbeffeggia chi si attribuisce meriti non suoi. La mosca, posata sul bue che fatica, pretende di far parte dello sforzo, ignorando che il vero lavoro è sostenuto interamente dall'animale. Un monito contro la vanità.

      • "Tèmpe perdùte n'sa racchiàppa chiù"

        • Traduzione: Tempo perduto non si riacciuffa più.

      Spiegazione: Un ammonimento sulla preziosità del tempo. A differenza dei beni materiali, il tempo trascorso invano è una perdita definitiva. Invita a non procrastinare e a vivere con operosità ogni momento

      2. Equilibrio, Salute e Gestione delle Emozioni

      Insegnamenti sulla moderazione e sulla cura del proprio stato interiore e fisico.

      • "Pane affì che basta, vine che la mesura"

        • Traduzione: Pane finché basta, vino con la misura.

        • Spiegazione: Stabilisce una gerarchia tra beni essenziali e piaceri. Il pane (nutrimento) non deve mancare, ma il vino richiede moderazione per evitare che il piacere si trasformi in vizio o perdita di controllo.

      • "Chi z'arràja priéste mòre"

        • Traduzione: Chi si adira muore presto.

        • Spiegazione: Un monito sulla salute: l'ira logora l'organismo. La saggezza popolare identifica nell'equilibrio emotivo il segreto per una vita lunga, suggerendo che la serenità sia una vera medicina.

      • "N'ce sta rancore che 'nn arruzzenisce ru core"

        • Traduzione: Non esiste rancore che non arrugginisca il cuore.

        • Spiegazione: Il risentimento covato a lungo distrugge dall'interno chi lo prova, rendendo il cuore rigido come metallo arrugginito. È un invito al perdono per preservare la propria libertà interiore.

      • "Pane assolute sanetà de diente"

        • Traduzione: Pane assoluto (solo pane) è la salute dei denti.

      Spiegazione: Elogia la semplicità della dieta contadina. Ciò che sembra povertà (mangiare solo pane) viene reinterpretato come fonte di vigore e benessere fisico, lontano dai cibi artefatti.

      3. Prudenza e Relazioni Sociali

      Avvertimenti su come valutare le persone e a chi affidare la propria fiducia.

      • "Raccummannà la pècura a lu lùpe"

        • Traduzione: Raccomandare la pecora al lupo.

        • Spiegazione: Mette in guardia contro l'ingenuità di affidare qualcosa di caro a chi ha interesse a trarne vantaggio a nostro danno. Invita a conoscere la natura altrui prima di concedere fiducia.

      • "Fidete de ru segnore 'mpezzentite e no de ru pezzente arrecchite"

        • Traduzione: Fidati del signore impoverito e non del povero arricchito.

        • Spiegazione: Chi è nato "signore" conserva dignità anche nella miseria; chi si arricchisce all'improvviso spesso diventa arrogante e avido. Un invito a valutare l'integrità morale oltre il patrimonio.

      • "La chiàcchera è arte léggia"

        • Traduzione: La chiacchiera è un'arte leggera.

      Spiegazione: Riconosce il piacere del conversare ma avverte che le parole sono volatili. Non bisogna scambiare la piacevolezza di un discorso per la solidità dei fatti e delle azioni concrete.

      4. Adattamento, Fortuna e Fede

      La filosofia di fronte agli eventi della vita, tra flessibilità e gratitudine.

      • "Còmme mena ru viénte fa l'appuòrte"

        • Traduzione: Come soffia il vento, così fa’ il riparo.

        • Spiegazione: Invito alla flessibilità. Non bisogna opporsi inutilmente alla forza degli eventi, ma regolare le proprie azioni e difese in base alla situazione del momento.

      • "Ogne acqua va a ru mare a z'arracchiara"

        • Traduzione: Ogni acqua va al mare a chiarirsi (a farsi pura).

        • Spiegazione: Visione fiduciosa della vita: ogni vicenda umana, per quanto confusa, è destinata a trovare col tempo la sua naturale risoluzione e la necessaria chiarezza.

      • "Asce de casa mè, ddìe me te huàrda"

        • Traduzione: Esco di casa mia, Dio ti protegga.

        • Spiegazione: Una preghiera che testimonia il legame sacro con il focolare. Chiede protezione divina sulla casa nel momento del distacco, vedendola come il rifugio ultimo degli affetti.

      • "Che tè la cummedetà e 'n'ze la hode, nen tròva cunfessòre che l'assòlve"

        • Traduzione: Chi ha la comodità e non se la gode, non trova confessore che lo assolva.

      Spiegazione: Esorta a cogliere con gratitudine le occasioni favorevoli. Rifiutare il benessere o la fortuna quando si presentano è considerato un errore imperdonabile contro la vita stessa.                                                                 FONTE: Informazioni tratte dal libro "Dizionario della lingua ferrazzanese" di Giovannino Roccia.

TRADIZIONI e MESTIERI 🛠️

Ferrazzano e le sue mani d’oro: l’antica arte del tombolo

A Ferrazzano vive una delle arti più affascinanti e delicate della tradizione popolare: il merletto al tombolo. Sebbene questa pratica sia radicata in diversi centri della regione come Isernia, Tavenna o Bojano, a Ferrazzano essa assume una sfumatura del tutto particolare, trasformandosi in un filo invisibile che intreccia memoria, creatività e identità tra i vicoli del borgo antico. L’arte del tombolo affonda le proprie radici nel Rinascimento europeo, quando la lavorazione dei merletti divenne il simbolo di raffinatezza delle corti più prestigiose; un sapere che dai centri urbani più eleganti è filtrato nelle aree rurali molisane grazie alla pazienza delle religiose, che ne fecero uno strumento di disciplina e riscatto economico per le giovani donne.

La magia di questa tecnica risiede tutta nell'intreccio ritmico di fili sottilissimi, guidati da piccoli fuselli in legno chiamati localmente "tummarielli" che danzano sopra un cuscino cilindrico, il "pallone". Seguendo un disegno preciso fissato sul cartone, le merlettaie trasformano il movimento meccanico in un’opera d’arte eterea, dando vita a motivi geometrici o floreali di rara eleganza. In questo scenario, Ferrazzano brilla per una vitalità ritrovata: come testimoniato dalla preziosa esperienza della signora Giovanna Atri, che da circa quarant'anni dedica la sua vita a questa nobile disciplina, il tombolo non è più solo un retaggio del passato ma una missione presente.

Giovanna, custode instancabile di questi segreti, insegna con l’obiettivo di tramandare questa "architettura di filo" alle nuove generazioni, impedendo che il tempo ne sbiadisca il valore. Passeggiando oggi nel centro storico di Ferrazzano, è ancora possibile imbattersi nella dimensione più autentica di quest'arte: le artigiane al lavoro davanti alle soglie di casa, immerse nel silenzio dei vicoli, trasformano lo spazio quotidiano in un laboratorio a cielo aperto. Questa continuità intergenerazionale rende il merletto al tombolo di Ferrazzano non un semplice oggetto decorativo per biancheria o abiti tradizionali, ma un patrimonio umano vibrante, dove ogni nodo e ogni passaggio di fusello raccontano la tenacia di una comunità che continua a tessere il proprio futuro con la stessa passione delle proprie nonne.

Frame tratto dal video "Ferrazzano (CB)" – Canale YouTube Beni Immateriali del Molise. Archivio della memoria e delle tradizioni popolari.

e dal video "Documentario Ferrazzano" canale YouTube Quotidiano WEB

https://www.youtube.com/watch?v=hbihyl_1KKc&t=1042s

https://www.youtube.com/watch?v=hbihyl_1KKc&t=943s

 Ferrazzano e l'Omaggio a Sant'Antonio 

A Ferrazzano, la storia della fede ha i contorni di una metamorfosi affascinante, un passaggio di testimone che racconta molto dell’anima profonda del nostro borgo. Per secoli, i rintocchi delle campane e le preghiere dei fedeli sono stati rivolti esclusivamente a Sant’Albino, patrono storico e custode delle radici millenarie della comunità, a cui è ancora oggi intitolata la splendida chiesa parrocchiale. Eppure, tra le pieghe del tempo e i vicoli in pietra, è accaduto qualcosa di inaspettato: un colpo di fulmine collettivo che ha cambiato per sempre l'identità spirituale del paese.

In modo quasi spontaneo e travolgente, la devozione popolare ha iniziato a scivolare verso una nuova, luminosa figura: Sant’Antonio di Padova. Non vi fu alcun decreto ufficiale o rottura con il passato, ma un abbraccio spontaneo che ha trasformato il "Santo dei Miracoli" nel nuovo, fortissimo pilastro del sentimento locale. Fu come se le necessità del quotidiano e il bisogno di una protezione vicina avessero trovato nel volto giovane e rassicurante di Sant'Antonio una risonanza perfetta con la tenacia molisana. Questo legame, col tempo, si è fatto così indissolubile da dare vita a una delle rievocazioni storiche più suggestive dell’intero Molise: i "Tredici Miracoli".

Parlare di questa manifestazione non significa solo ricordare un evento religioso, ma immergersi nel cuore pulsante di una comunità che ha saputo trasformare la fede in arte, teatro e memoria viva. Immaginate il borgo che, al calar del sole, smette i panni della modernità per tornare indietro di otto secoli: le luci elettriche cedono il passo al chiarore vibrante delle fiaccole e il silenzio dei vicoli viene rotto solo dal passo cadenzato di oltre cento figuranti in abiti d'epoca.

In questo scenario magico, il centro storico si trasforma in un palcoscenico naturale a cielo aperto. Il visitatore diventa spettatore diretto di un viaggio itinerante tra gli episodi più celebri della vita del Santo: dalla mula che si inchina al cospetto dell’Eucarestia al pane donato ai poveri, in un crescendo di pathos che annulla ogni distanza tra finzione e realtà.

Ogni dettaglio, dalla precisione sartoriale dei costumi alla cura delle scenografie, è il frutto di mesi di lavoro corale, un dono che Ferrazzano offre per onorare il proprio legame con il Santo: è la testimonianza di un popolo che non dimentica le proprie radici e che riconosce nella propria storia la luce più bella da mostrare al mondo, mantenendo viva la promessa di una bellezza che non tramonta.

🍇 L’Epoca d’Oro dei Carri di Ferrazzano

Secondo quanto tramandato da Giovannino Roccia ( illustre custode dell'identità ferrazzanese),  nelle sue memorie, Ferrazzano ha vissuto un’epoca d’oro in cui il folklore diventava una vera e propria forma d’arte scenica. Durante il Ventennio Fascista, in un clima di forte esaltazione per il lavoro agricolo e l'autarchia, le celebrazioni della terra assunsero un’importanza capitale. Per il nostro borgo, da sempre legato alla cultura della vite, il momento della vendemmia non era solo fatica, ma si trasformava in una sfilata di carri allegorici che nulla aveva da invidiare alle grandi manifestazioni nazionali.

Giovannino Roccia descrive queste sfilate come una sorta di "Viareggio ante litteram", tracciando un parallelo spontaneo con quella che oggi conosciamo come la celebre tradizione dei carri dell'uva di Riccia. Proprio come avviene in quella storica manifestazione, i carri semoventi di Ferrazzano erano i più attesi e spettacolari, popolati da belle ragazze e baldi giovanotti che mettevano in scena vere e proprie rappresentazioni teatrali. In un’occasione memorabile, vennero persino trapiantate sul carro intere viti cariche di grappoli, permettendo ai figuranti di mostrare dal vivo ogni fase della trasformazione dell’uva in mosto, tra cori e coreografie studiate nei minimi dettagli.

Il prestigio di queste sfilate era tale che, come ricorda l’autore, la commissione giudicante si trovava spesso costretta a dichiarare il gruppo di Ferrazzano "fuori concorso". Eravamo semplicemente troppo bravi, troppo preparati e troppo fantasiosi per permettere una sfida equa con gli altri comuni. Gran parte di questo successo si doveva all'ingegno degli organizzatori e alla penna del poeta Luigi Antonio Trofa, il nostro illustre compaesano che, con i suoi pregevoli componimenti, ha saputo dare voce e melodia all'anima più autentica della nostra comunità. i componimenti di Trofa sono poi stati quasi tutti musicati dal maestro Lino Tabasso. Di seguito si riporta il testo di una delle tante canzoni che venivano cantante e ballate sui carri:

CANZÓNE DELL'ÜA
(L.A.Trofa - L.Tabasso)
Te vòglie rrialà 'nu panariélle
de prima qualetà de muscatiélle,
de nìreche, tentiglia e scacacciuse,
frische e 'dduruse,
cuóte pe' té!
L'acquara, che le štizze a ciénte a ciénte,
chéšť'ua maddemane ha vattijata,
ru sóle, che 'na spèra, l'ha pettata
d'òre e d'argiénte
pe' cunte tié
Ritornello
Üa ... üa ...
cchiù dóce de l'amóre,
tu 'nzùcchere ru còre;
ògne male fa' sparì,
fa' resanà ògne bua ....
Üa ... üa ...!
II
E ... jamme, bèlla mé, fa' 'na resélla
'n'miéz'a 'ssa vócca ójné, la scruccarèlla,
na battarìa de vasce ògne matina,
che l'uaspina fa' berzaglià.
E ... ména mó, facéme a cagna mane,
'nu vasce, 'nu carizze, 'na buscìa
che 'šťannaróšcia 'šta malevascìa,
móntepulciane e resedà!

Decémela cómm'è 'štu campanine ....
è dégne de ri re e de le reggine;
è nate pe' ri Cuólle e pe' le Chiane
de Farazzane ... bašta accuscì !....
Ru suche de 'šta tèrra benedétta,
pe' ru mentuóneche e ru palagriélle,
fa 'mmidia a ru 'Ratine, a Marabbiélle,
a la Rucchétta e scì ca scì.
Canzone dell'uva: Ti voglio regalare un panierino / di prima qualità di moscato, /
di nireche, tentiglia e scacacciuse, / fresco e profumato / colto apposta per te! / La
rugiada, con le gocce a cento a cento, / stamattina ha battezzato quest'uva, / il sole
poi, con un raggio, l'ha colorata / d'oro e d'argento / per tuo conto. / Uva ... uva ... /
più dolce dell'amore, / tu addolcisci il cuore; / ogni malanno fai scomparire, / fai
sanare qualsiasi male ... / Uva ... uva ...! *** Su! Forza bella mia, fai un sorrisetto /
con questa tua bocca, una risata argentina, / uno scoppiettio di baci ogni mattina, /
che l'uvaspina / riesce a provocare. / Su !... adesso, facciamo scambio di mano / tra
un bacio, una carezza e ... qualche bugia, / con questa annaróŠcia e questa malvasia
/ montepulciano e resedà. / Uva ... uva ...! *** Diciamolo com'è questo "campanino"
/ è degno del re e delle regine, / è nato nelle contrade Colli e Piane / di Ferrazzano
/ e tanto basta! / Il succo di questa terra benedetta, / per il mentuóneche e il palagriélle,
/ fa invidia ai paesi limitrofi quali Oratino, Mirabello, / Rocchetta e questo è sicu-
ro! / Uva ... uva ...!
Lo spasimante decide di regalare alla donna dei suoi desideri un paniere colmo di
squisita uva, sicuro che questa, fugando da lei tutte le influenze dolorose e negati-
ve, la predisponga ad accettare la sua corte. Non dimentichi poi che questa è uva
delle assolate contrade di Ferrazzano (Colli e Piane), quindi di qualità tale da susci-
tare l'invidia dei paesi viciniori, ed inoltre, egli si è raccomandato alla natura di
confezionarla apposta per lei, tant'è che la rugiada mattutina l'ha battezzata con le
sue innumerevoli goccioline ed il sole l'ha poi colorata proprio secondo i suoi
gusti, cosa pretenderebbe di più? Scambiasse perciò con lui oltre ai gustosi grappoli delle varie qualità d'uva, anche qualche bacio e qualche carezza e, perché no, anche qualche innocente bugia.

 

Informazioni tratte dal volume "A RU PAE'SE NUOSTRE" di Giovannino Roccia

Immagine tratta dal volume "Ferrazzano nella storia" di Luigi Baranello.

Associazione folkloristica corale "Lu Passariell" 🐦

Le spettacolari sfilate dei carri descritte da Giovannino Roccia, con quelle vigne itineranti che rendevano Ferrazzano "fuori concorso" per distacco artistico, hanno rischiato per anni di restare solo un ricordo sbiadito. È stato nel 1972 che questa eredità ha ripreso vita grazie all'intuizione di Antonio Gianfelice, che fondò l'associazione "Lu Passariell" con una missione precisa: trasformare la memoria scritta in azione sociale e culturale. L’associazione non è nata semplicemente per fare spettacolo, ma come un vero laboratorio di recupero identitario. Gianfelice comprese che, per non far morire l'anima del borgo, bisognava riportare i giovani a indossare i panni dei nonni, non come maschere, ma come simboli di appartenenza.

Argomentare il valore de "Lu Passariell" significa riconoscere il meticoloso lavoro di ricerca filologica che l'associazione ha compiuto sui costumi, sui passi di danza e sulle armonie musicali. Il nome stesso, ispirato alla poetica di Luigi Antonio Trofa, riflette la filosofia del gruppo: la libertà del canto popolare che si eleva sopra le fatiche quotidiane. Sotto la guida del suo fondatore, l'associazione è riuscita a codificare un patrimonio che prima era solo orale, salvando dall'oblio le serenate e i canti della vendemmia. Questo impegno ha reso Ferrazzano un punto di riferimento nel panorama del folklore internazionale, dimostrando che l'associazionismo è l'unico vero argine contro lo spopolamento culturale dei piccoli centri. Ogni esibizione de "Lu Passariell" è, ancora oggi, il compimento di quel sogno nato nel '72: far sì che Ferrazzano non smetta mai di cantare la propria storia.

Frame tratto dal video "Ferrazzano (CB)" – Canale YouTube Beni Immateriali del Molise. Archivio della memoria e delle tradizioni popolari.

ARCA SANNITA: biodiversità e tradizioni agricole

Nel 2010 a Ferrazzano, sulle colline del Molise, nasce l’Arca Sannita, un progetto culturale dedicato alla tutela e valorizzazione della biodiversità agricola locale. Promosso dall’Associazione culturale “Arca Sannita. Semi, piante e animali antichi del Molise”, con il sostegno della CIA del Molise, l’Arca Sannita ha l’obiettivo di recuperare antiche varietà vegetali e di preservare i saperi tradizionali legati alla coltivazione e alla conservazione delle piante.

Situata in località Colle dell’Orso, un’area rurale storicamente vocata all’agricoltura tradizionale, l’Arca Sannita diventa un punto di riferimento per la conservazione delle specie autoctone e delle pratiche agricole storiche. Il progetto si concentra su attività concrete e significative: il recupero e la conservazione di semi antichi e varietà a rischio, la valorizzazione delle cultivar tradizionali del Molise, la promozione delle tecniche agricole tramandate dalla cultura contadina e la diffusione di pratiche di coltivazione sostenibile e gestione responsabile del territorio.

Il progetto include anche il lavoro dell’agronomo Michele Tanno, che coordina il programma “Recupero, conservazione e valorizzazione dei frutti antichi del Molise”, rafforzando così il legame tra biodiversità vegetale e patrimonio culturale locale. L’iniziativa ha ricevuto il supporto della Chiesa locale, con la partecipazione dell’Arcivescovo Mons. G.M. Bregantini, e ha visto coinvolta una delegazione della CIA molisana, guidata dal presidente regionale Giuseppe Cristofano.

L’Arca Sannita non è solo un luogo fisico: è un laboratorio vivo di memoria e cultura rurale, dove conoscenze, gesti, tecniche e consuetudini si intrecciano per conservare l’identità agricola di Ferrazzano e dell’intera area sannita. Attraverso la salvaguardia delle varietà vegetali, la valorizzazione dei frutti antichi e la promozione delle pratiche agricole storiche, l’Arca Sannita contribuisce a tramandare un patrimonio immateriale prezioso, costruito dall’esperienza, dalla creatività e dalla passione delle generazioni che hanno modellato il territorio.

Questo progetto rappresenta quindi un esempio concreto di patrimonio immateriale rurale, capace di coniugare tutela della biodiversità, sostenibilità e valorizzazione dei saperi tradizionali, offrendo alle future generazioni la possibilità di conoscere, vivere e continuare le pratiche agricole storiche del Molise.

I GIOCHI DI UNA VOLTA

Le comunicazioni di massa e i cambiamenti sociali hanno trasformato profondamente la vita e i comportamenti degli italiani, e Ferrazzano non è stato immune a questa evoluzione. Un tempo, parlare l'italiano e praticare giochi fisici all'aperto erano simboli di status e segno di un progresso culturale e sociale. I bambini e i ragazzi del passato, cresciuti in una società prevalentemente contadina, erano impegnati in giochi che non solo forgiavano il corpo, ma anche la fantasia e lo spirito di comunità.

Tuttavia, con il passare degli anni, la diffusione dei videogiochi e il cambiamento delle abitudini hanno fatto sì che molte di queste tradizioni ludiche, che per secoli hanno segnato la crescita fisica e intellettiva dei giovani, stessero svanendo.

Ecco quindi una selezione di giochi che raccontano la nostra tradizione, da riscoprire e far vivere alle nuove generazioni. Si specifica che le informazioni tratte sui giochi di una volta sono state riprese dal libro "A RU PAESE NUOSTRE"- FERRAZZANE di Giovannino Roccia.

1) LA BELLA 'NZALATA (la bella insalata)

La Bella Nzalata è stato uno dei giochi più amati dai ragazzi di Ferrazzano, praticato fino al dopoguerra del Secondo Conflitto Mondiale. Si svolgeva all'aperto, in primavera, nell'aia comunale vicino alla chiesa di Sant'Onofrio, dove i contadini avevano scavato fossi, chiamati "fuosse de lutame", che creavano un terreno morbido e adatto al gioco.

Durante le festività in onore di Sant'Onofrio, i ragazzi si radunavano per giocare, creando un animato carosello di salti e risate. I partecipanti, scelto chi doveva mettersi "sotto", dovevano saltare sopra di lui, recitando una cantilena. Ogni salto era accompagnato dall'azione di sistemare un oggetto sulla schiena del giocatore "sotto", che doveva essere ripreso nel turno successivo. Se qualcuno sbagliava o faceva cadere l'oggetto, andava a finire "sotto".

La Bella Nzalata non era solo un gioco fisico, ma anche un momento di socializzazione, creatività e tradizione che ha segnato la crescita dei ragazzi di una volta. Oggi, la memoria di questo gioco rimane viva come simbolo di un legame forte con il nostro passato.

2)La Huèrra Frangése (La guerra francese)

Tra i vicoli e le piazze di Ferrazzano si praticava un gioco unico nel suo genere, la cui mappa sembrava incisa direttamente nella pietra della storica Piazzetta "De Sanctis". Molto più di un semplice gioco d'inseguimento, era una vera e propria sfida tattica all'aria aperta tra due squadre, solitamente da tre o quattro giocatori, dove contavano velocità, prontezza di riflessi e tanto affiatamento. Lo scopo principale del gioco era sfondare le difese nemiche e toccare la linea di "Campo" avversaria per segnare un punto. La cattura, tuttavia, si basava su una regola di tempo sottilissima: un giocatore poteva catturare un avversario solo se era "uscito" dalla propria linea dopo di lui. Chi veniva toccato finiva prigioniero al margine del campo avversario, ma poteva essere riammesso in gioco e tratto in salvo da un compagno al grido di "Liberato!". A rendere il tutto ancora più dinamico c'era l'assenza di linee laterali, che rendeva l'area di gioco praticamente illimitata e costringeva i difensori a mantenere un'ispezione e un'attenzione continua a 360 gradi.

3) 🪵 MAZZA E PÍVEZE

Mazza e Píveze è un affascinante gioco individuale d'altri tempi, una sorta di "baseball" tradizionale in cui ogni partecipante si sfida munito di due soli elementi in legno: la "mazza", ossia un bastone maneggevole e ben levigato, e "lu píveze", un legnetto più corto affusolato a cono alle due estremità. Lo scopo della sfida consiste nel far percorrere al píveze un tragitto prestabilito e ricco di ostacoli nel minor numero di colpi possibile. La dinamica di lancio richiede grande coordinazione e tempismo: il giocatore colloca il píveze a terra e ne percuote calibratamente un'estremità per farlo alzare al volo, sferrando poi una seconda e vigorosa mazzata per proiettarlo il più lontano possibile. Una volta ricaduto a terra, il legnetto non può essere aggiustato o spostato per facilitare il tiro successivo, ma deve essere giocato esattamente nell'assetto in cui si trova, trasformando ogni mossa in una prova di precisione e adattamento. Trionfa chi raggiunge il traguardo avendo battuto il minor numero di colpi e, in caso di parità, chi al termine della partita è riuscito a scagliare il píveze alla distanza maggiore oltre la linea d'arrivo.

4) Štrùmmele

Lo Štrùmmele è la celebre trottola tradizionale che riappariva puntuale nei vicoli ogni 19 marzo, in occasione della festività di San Giuseppe. Procurarsene una era un vero e proprio rito: i ragazzi andavano dal falegname del paese per barattarla con una bella "léna", un ciocco di quercia adatto al focolare. La scelta dello štrùmmele era materia da veri intenditori. Si analizzavano con cura la qualità del legno, la tornitura e la punta metallica (frézza), per evitare che l'attrezzo fosse "verzelline", ossia instabile e saltellante. Quello buono doveva sapersi "addurmì" (addormentare): girare cioè in modo così perfetto, fluido e duraturo da sembrare immobile, emanando un leggero brusìo simile al respiro di un bambino addormentato.

Per avviarlo serviva la zahaglia, una cordicella sapientemente confezionata sfilando il refe dalle calze di mamme e sorelle (scatenando immancabili piccoli drammi familiari!). Il gioco entrava nel vivo dopo la conta iniziale, che stabiliva chi dovesse mettere il proprio štrùmmele "sotto", piantandone la punta nel terreno. Gli altri partecipanti, a turno, scagliavano le proprie trottole cercando di colpire con violenza quella a terra. Un colpo ben assestato lasciava solchi visibili (puzze o cetèrne) e, nei casi più spettacolari, riusciva persino a spaccare a metà la trottola avversaria, regalando al vincitore una fama leggendaria. Proprio per proteggere i loro pezzi migliori da questa "catastrofe", i giocatori più astuti tenevano sempre nello taschino uno štrùmmele di riserva, meno pregiato, da sacrificare tutte le volte che toccava a loro andare "sotto". A Ferrazzano, fino a qualche anno fa, proprio in occasione della festa di San Giuseppe si organizzava anche un appassionante torneo di štrùmmele, un appuntamento che manteneva viva la magia e la memoria di questa antica tradizione.

5) Ru Chirchie (il cerchio)

Ru Chirchie era uno dei giochi stagionali di movimento più amati e dinamici di una volta. La sua stagione si apriva puntualmente ai primi di novembre, in concomitanza con le festività di Ognissanti e dei Defunti, quando le strade si animavano di una vivace "carovana" di ragazzi che correvano facendo ruzzolare i propri cerchi lungo il tragitto verso il cimitero.

L'attrezzatura richiesta era semplice, ma la ricerca del cerchio perfetto era una vera e propria arte. I più sfortunati dovevano accontentarsi delle fasce di lamiera dei vecchi barili, piuttosto storte e complesse da manovrare. Molto più ambiti erano i cerchi di ferro staccati dai vecchi caldai di rame del camino ormai usurati: nessun ragazzo accorto si sarebbe fatto sfuggire l'occasione di recuperarne uno dai rottami per suscitare l'invidia degli amici. Il massimo del desiderio, tuttavia, era il cerchione di una bicicletta, la cui scanalatura centrale garantiva una stabilità e una scorrevolezza impareggiabili.

Per spingere e guidare il cerchio si utilizzava un bastoncino di legno o, meglio ancora, un sottile tondino di ferro sapientemente sagomato a uncino. Questo strumento permetteva non solo di spingere e frenare in totale sicurezza, ma anche di imprimere al cerchio repentini cambi di direzione per affrontare i percorsi più impervi. Così equipaggiati, i ragazzi si sfidavano in avvincenti gare di velocità, prove di resistenza all'ultimo respiro e complesse "gimcane", trasformando le vie del paese in una spettacolare dimostrazione di destrezza, equilibrio e prontezza di riflessi.

6) La Campana

La Campana è la regina incontrastata dei giochi all'aperto di una volta, un grande classico della tradizione vissuto quasi esclusivamente dalle ragazze. Per dar vita alla sfida bastava una griglia disegnata sul pavimento e un contrassegno personale, come un semplice straccetto bagnato scagliato con precisione all'interno delle varie caselle.

Il percorso era una travolgente prova di equilibrio, coordinazione e agilità: ci si muoveva lungo il tracciato a saltelli su un solo piede, cimentandosi in vere e proprie acrobazie come incroci di gambe, rotazioni a 180 gradi al volo e atterraggi millimetrici, con la tassativa regola di non calpestare mai le linee di demarcazione.

La vera anima del gioco, tuttavia, risiedeva nella conquista del territorio. Ogni volta che una giocatrice completava l'intero tragitto senza commettere errori, guadagnava il diritto di riscattare una casella a sua scelta, diventandone la sola e legittima proprietaria. Da quel momento, poteva concedere o negare l'accesso alle compagne di gioco, trasformando la griglia in un labirinto strategico sempre più difficile, avvincente e ricco di sana rivalità.

7) La Scurpèlla

La Scurpèlla prende il nome dalla tipica zeppola dialettale di San Giuseppe, ma in questo storico gioco di strada l'unica cosa dolce era la soddisfazione della vittoria. Protagonista della sfida è la scurpèlla stessa, un formidabile "manganello" di stoffa ricavato arrotolando strettissimo un fazzoletto: da un lato si lasciava un angolo libero per un'impugnatura salda, dall'altro si creava un nodo spesso e pesante che fungeva da corpo contundente. I giocatori più implacabili arrivavano persino a bagnare con l'acqua l'estremità colpitrice per renderla ancora più rigida e d'impatto.

Il gioco, basato interamente sulla prontezza di riflessi e la velocissima d'occhio, vedeva il battitore di turno posizionato di fronte ai compagni, spesso disposti a semicerchio. Il suo obiettivo era sferrare un colpo fulmineo per centrare il palmo spalancato della mano di un avversario, mentre quest'ultimo cercava di schivare la stoccata all'ultimo millisecondo. Se il lancio andava a vuoto, la scurpèlla passava subito nelle mani del giocatore scampato, che diventava così il nuovo battitore. Tra palmi diventati paonazzi, finte spettacolari e scatti felini, la Scurpèlla era un travolgente ed elettrizzante duello di velocità e resistenza.

8) Trèccheze

Trèccheze — nome che deriva chiaramente dal numero "tre" — è la versione tradizionale del celebre gioco del Tris o Filetto. Per dare inizio alla sfida bastava davvero poco: un semplice pezzo di gesso con cui tracciare lo schema (un quadrato attraversato da diagonali e mediane) direttamente sulla pietra della soglia di casa, dove i due contendenti si sedevano comodamente l'uno di fronte all'altro per immergersi in una partita fatta di massima concentrazione. Ciascun giocatore disponeva di tre sole pedine che, alternandosi con l'avversario, venivano prima piazzate sui punti di incrocio dello schema e poi mosse passo dopo passo lungo le linee. Lo scopo del gioco era riuscire ad allineare per primi le proprie tre pedine in orizzontale, verticale o diagonale, mentre l'avversario studiava ogni contromossa per sbarrare la strada ed evitare la sconfitta. Tra riflessione, astuzia e sane rivalità al fresco delle porte di paese, Trèccheze rappresentava un'autentica e divertente sfida di logica a portata di mano.

9) Sunarèlle e Feschiariélle

Sunarèlle e feschiariélle erano semplici strumenti musicali costruiti dai ragazzi utilizzando materiali facilmente reperibili in natura, come canne, gambi di zucca e corteccia di fico selvatico.

Le sunarèlle si realizzavano tagliando un pezzo di canna e praticando un piccolo taglio che fungeva da ancia. Soffiando, questa vibrava producendo un suono, più o meno acuto e intenso a seconda delle dimensioni della canna e della forza del soffio. Con i gambi delle foglie di zucca si otteneva invece un suono più dolce, anche se il materiale tendeva a seccarsi rapidamente.

I ragazzi più abili costruivano anche strumenti simili a piccoli flauti, ricavati dalla corteccia del fico selvatico, praticando fori e tagli per ottenere diverse note. Con le canne forate si realizzavano inoltre i feschiariélle, rudimentali pifferi capaci di produrre una vera e propria successione di note.

Una volta costruiti i loro strumenti, i ragazzi si riunivano in piccoli gruppi e, con grande entusiasmo, formavano delle vere e proprie “bande”. Durante le fiere si potevano acquistare anche i ciufiélle, piccoli pifferi di legno tornito, più precisi nell'intonazione e adatti a suonare semplici melodie, come quelle che si potevano ascoltare dai pastori mentre sorvegliavano le greggi.

Più che un semplice gioco, sunarèlle e feschiariélle rappresentavano un modo creativo per divertirsi, fare musica insieme e trasformare semplici elementi della natura in veri strumenti musicali.

10) ZUMPÁ A FUNA – Il salto della fune

Zumpá a funa, cioè il salto della fune, era uno dei giochi tradizionali più amati dalle ragazze. Bastava una semplice corda e tanta voglia di divertirsi per trasformare una strada, una piazza o un cortile in un piccolo campo di gioco. Nella versione individuale, la ragazza faceva girare la corda e saltava ogni volta che questa passava sotto i piedi, cercando di mantenere un ritmo costante. I salti erano spesso accompagnati da filastrocche, conte e cantilene, oppure dalla semplice numerazione dei salti. Non mancavano serie dedicate ai giorni della settimana, ai mesi dell’anno e ad altre sequenze, rendendo il gioco anche un curioso e divertente esercizio di memoria. La versione più spettacolare era però quella di gruppo. Due ragazze impugnavano la fune alle estremità e la facevano ruotare ritmicamente, creando un grande arco in movimento. Una, due o anche più partecipanti entravano nello spazio della corda e dovevano saltare tutte insieme, seguendo il ritmo senza farsi colpire dalla fune. Più aumentava il numero delle giocatrici, più cresceva la difficoltà: servivano coordinazione, agilità, ritmo e soprattutto grande attenzione. Bastava infatti un solo errore per interrompere il turno e dare origine, immancabilmente, a discussioni e risate per stabilire chi avesse sbagliato. La ragazza ritenuta responsabile dell'errore prendeva quindi il posto di una delle due che facevano girare la fune, permettendo al gioco di continuare. Zumpá a funa non era soltanto un passatempo: era un gioco fatto di ritmo, movimento e complicità, capace di riunire tante ragazze e trasformare un semplice pezzo di corda in un'occasione di festa e divertimento.

11) Spare che ru gas (Lo sparo col carburo)

Riservato ai ragazzi più grandicelli e non privo di una certa dose di pericolo, "Spare che ru gas" era un passatempo tanto ingegnoso quanto spericolato. Tutto partiva dalla caccia alla materia prima: nelle vicinanze di un basso fabbricato sulla strada per Campobasso, chiamato "ru deposite de la benzina", venivano scaricate le scorie della illuminazione ossiacetilenica, e rovistando in questi scarti i ragazzi cercavano piccoli frammenti di carburo ancora attivo da custodire come tesori. Il gioco richiedeva una fase di preparazione meticolosa in cui si scavava una fossetta circolare nel terreno, di diametro di poco superiore a quello di un barattolo di latta in cui era stato praticato un forellino al centro della parte chiusa. Si versava dell'acqua nella fossetta, vi si gettava la brecciola di carburo e, mentre reagiva liberando gas, si copriva la buca col barattolo intasandolo al suolo con terreno bagnato. Quando l'operatore stimava che si fosse prodotta la giusta quantità di gas all'interno, con una carta accesa dava fuoco al filo di gas che fuoriusciva dal forellino, provocando una deflagrazione che proiettava il barattolo a considerevole altezza. Maggiore era l'altezza raggiunta, maggiore era la considerazione in cui si teneva il "fuochista". Poiché scarseggiavano le fontane, per recuperare l'acqua si attingeva spesso dalle pile di pietra o "peluózze" sotto i canali di gronda, facendo infuriare le proprietarie per lo svuotamento, al punto che per approvvigionare il liquido non restava che urinare nella fossetta, facendo attenzione a non svuotare tutta la vescica per averla disponibile per i successivi spari, un esercizio di controllo dello sfintere che risultava utile all'irrobustimento dei freni inibitori dei ragazzi, sebbene le conseguenze igieniche fossero facilmente immaginabili.

12) ABETINE

Abetine era un coinvolgente gioco di abilità e di crescente potenza di salto in lungo che vedeva i partecipanti sfidarsi a superarsi a vicenda partendo da uno scalino del paese. Il giocatore che andava "sotto" si posizionava sulla linea di partenza incurvando la schiena e appoggiando le mani sulle ginocchia, mentre gli altri giocatori, in numero indefinito e dopo una rincorsa misurata, lo saltavano gridando "abetine une". Conclusa la prima fase, il ragazzo "sotto" si allontanava dalla base di una distanza pari a una lunghezza e una larghezza del proprio piede, misurata posizionandolo prima in lungo e poi in largo, un'unità di misura che dava proprio il nome al gioco. A quel punto si dava il via al secondo turno di salti con difficoltà via via crescenti, accompagnati dalle grida "abetine ddu'", "abetine tre", "abetine quatte" e così via, finché uno dei partecipanti, messo in difficoltà dalla distanza sempre maggiore, non riusciva a completare il salto in modo corretto, finendo per andare "sotto" a sua volta e lasciando il posto al giocatore precedente.

13) Ciòcce o tana

Ciòcce o tana era il classico gioco del nascondino, praticato soprattutto dalle ragazze e dai ragazzi più piccoli, che iniziava con un giocatore estratto a sorte che andava "sotto" coprendosi gli occhi contro una base, solitamente un tratto di muro, per contare fino a un numero prefissato che permettesse a tutti di nascondersi. Una volta terminata la conta, chi stava sotto cercava i compagni secondo le regole specifiche delle due varianti del gioco. Nel "ciòcce", il cercatore doveva raggiungere fisicamente il compagno e dichiarare "preso" prima che questi riuscisse a toccare la base gridando "ciòcce", e la cattura anche di un solo giocatore faceva ricominciare il gioco con il prigioniero alla conta. Nella "tana", invece, il gioco proseguiva fino alla cattura di tutti i partecipanti e chi stava sotto poteva eliminare un avversario scorgendolo visivamente, gridandone i dati e il nascondiglio, per poi correre a toccare la base urlando "tana" insieme al nome del catturato. In entrambe le versioni i concorrenti potevano salvarsi toccando per primi la base, ma nella "tana" la sfida si accendeva particolarmente per l'ultimo giocatore rimasto nascosto: se questi riusciva a toccare la base prima del compagno gridando "tana libera tutti", liberava tutti i prigionieri precedenti costringendo lo sfortunato cercatore a rimanere ancora sotto.

14) Ticce e vòca

Ticce e vòca era un coinvolgente gioco d'azzardo e abilità che richiedeva l'uso di due pezzi litici particolari: la "vòca", una pietra piatta e liscia difficile da trovare (tanto che un frammento di marmo veniva custodito come un tesoro), e il "ticce", un sasso più piccolo con un lato regolare per poter essere posizionato ritto sul terreno davanti a una fossetta contenente le monete delle puntate. Il gioco iniziava con un acchito al contrario, in cui i partecipanti lanciavano la propria vòca in direzione ortogonale rispetto al ticce, stabilendo l'ordine di tiro in base alla distanza: chi posizionava la vòca più lontano guadagnava il diritto di tirare per primo. Dal punto in cui si trovava la propria vòca, tenendo un piede a contatto con essa, il giocatore la scagliava contro il ticce per farlo allontanare e cercare di posizionarsi vicino alle monete per impossessarsene; se il colpo scompigliava le monete, quelle più vicine alla vòca venivano vinte, mentre le altre venivano rimesse al loro posto per il turno successivo, tenendo conto che chi mancava il ticce passava il turno ma poteva comunque vincere le monete che eventualmente si fossero fermate più vicine alla sua vòca durante i tiri degli altri. Una particolarità strategica importante era la figura dello "strìppete", che si verificava quando la vòca finiva a contatto con il ticce, ponendo fine al gioco e rimettendo tutte le monete nella funtanèlla, situazione che scatenava accese discussioni risolte persino passando un capello tra i due oggetti per verificarne il distacco. Inoltre, l'ultimo giocatore a tirare nell'acchito, valutando la distanza eccessiva delle voche dei compagni che riduceva le probabilità di colpire il bersaglio, poteva decidere di "chiattare" gridando "tunne", lasciando cadere la sua pietra in un punto prestabilito vicinissimo al ticce per tentare di arraffare facilmente le monete, anche se spesso la bravura dei compagni nei tiri successivi scompigliava i suoi piani facendo piazza pulita.

15) Azzicche o azzéccammure

Azzicche o azzéccammure era il classico gioco del sottomuro in cui i partecipanti si sfidavano a turno lanciando una moneta, un bottone o un altro piccolo oggetto per avvicinarlo il più possibile a un muro prescelto, stabilendo in base agli accordi iniziali se il vincitore dell'acchito potesse impadronirsi direttamente di tutti gli oggetti o se dovesse invece lanciarli in alto per guadagnare quelli con la "testa" e lasciare che gli altri giocassero quelli a "croce" secondo l'ordine di arrivo. Durante le sfide accadeva spesso che i ripetuti lanci facessero sfaldare la malta tra la pavimentazione e la prima fila di pietre del muro, creando piccoli anfratti in cui le monete riuscivano a insinuarsi: questi tiri particolarmente abili venivano chiamati "zéppe" e davano vita a esclamazioni antitetiche come "ze cala mure" o "'n'ze cala mure", espressioni utilizzate per stabilire se si dovesse idealmente abbassare il piano verticale del muro sulla moneta per decretare quale fosse la più vicina o se fosse invece necessario ripetere l'acchito.

Storia ed emigrazione

IL DRAMMA DI MARCINELLE

Esiste un filo invisibile e d'acciaio che lega le colline verdi del Molise alle viscere nere del Belgio. È un filo che l'8 agosto del 1956 si è spezzato, lasciando Ferrazzano nel silenzio più atroce.

Nell'Italia del dopoguerra, la speranza aveva il sapore della polvere. Un accordo tra il governo italiano e quello belga prevedeva uno scambio brutale: l’invio di manodopera per le miniere in cambio di forniture di carbone. Da questo piccolo centro partirono in molti. Lasciavano il sole del mezzogiorno per chiudersi in una gabbia che scendeva a mille metri sotto terra, nel cuore della miniera Bois du Cazier, a Marcinelle.

Alle 8:10 di quel mercoledì di agosto la vita si fermò. Un malinteso, un carrello posizionato male, una scintilla. In pochi istanti, l'incendio divampò nei condotti, trasformando la miniera in un camino infernale. Il fumo nero e l’ossido di carbonio non lasciarono scampo.

Mentre in Belgio le campane suonavano a morto e le mogli attendevano davanti ai cancelli, in paese il tempo sembrava sospeso. Le notizie arrivavano frammentate, gracchianti dalle radio, fino alla conferma della catastrofe: 262 morti. Tra loro, sette figli di questa terra non avrebbero mai più rivisto il profilo del loro borgo.

I nomi di quegli uomini — padri, fratelli, figli — sono oggi scolpiti nel marmo della piazza cittadina, ma la loro vera eredità è nel coraggio di chi ha affrontato l'ignoto per dare un futuro alle proprie famiglie.

"Tutti caduti, tutti italiani," sussurravano i soccorritori mentre estraevano i corpi.

La comunità locale non ha mai dimenticato. Ogni anno, l'8 agosto, il borgo si ferma. Non è solo una commemorazione, è un atto di giustizia verso chi ha scambiato il cielo per il carbone, diventando simbolo di un’emigrazione dolorosa che ha costruito l’Europa con il sudore e il sacrificio. Marcinelle non è solo un luogo in Belgio. Per Ferrazzano, quel nome è una ferita aperta che parla di dignità, lavoro e speranza.

🏛️ Palazzo Chiarulli: la casa della memoria

Nel cuore pulsante di Ferrazzano, all'interno delle storiche mura di Palazzo Chiarulli, batte l'anima di un popolo che ha saputo attraversare gli oceani. Il Museo dell’Emigrazione non è una semplice collezione di oggetti, ma un viaggio emozionante nato dalla passione e dall'impegno decennale di Antonio D'Ambrosio e dell'associazione Pro Arturo Giovannitti. Questa vera e propria epopea inizia nel 1875 e giunge fino ai giorni nostri, intrecciando la storia del Molise al cammino dei suoi figli: sono oltre 600.000 i molisani nel mondo, una "nazione fuori dai confini" che ha contribuito con fatica e ingegno alla crescita dell'umanità.

Il museo è il prezioso frutto di 40 anni di ricerca certosina, una raccolta d'amore che trasforma polverosi documenti, valigie logore e fotografie ingiallite in testimonianze vive di una delle migrazioni più imponenti della storia italiana; una realtà che, purtroppo, continua a riflettersi ancora oggi nel futuro dei nostri giovani. In questo percorso dove il tempo sembra fermarsi, ci si imbatte in uno degli spazi più suggestivi e toccanti dell'intera esposizione: l'area dedicata al dramma di Marcinelle. Qui la memoria si fa tangibile per onorare il sacrificio dei minatori ferrazzanesi e molisani di cui abbiamo parlato in precedenza. Attraverso oggetti carichi di storia e un silenzio quasi sacro, il museo restituisce finalmente voce a quegli uomini che, nel buio delle miniere belghe, hanno scritto con il proprio lavoro una pagina di dignità e dolore che Ferrazzano non smetterà mai di raccontare.

Informazioni tratte dal "Documentario Ferrazzano" – Quotidiano Web

https://www.youtube.com/watch?v=SfQ5v0WdUSk&t=955s

PERSONAGGI ILLUSTRI 👤

Ferrazzano è un paese ricco di storia e di personalità che, in epoche e ambiti diversi, hanno lasciato un segno nella cultura, nella memoria e nella vita della comunità.

In questa sezione raccontiamo le storie di alcuni dei personaggi illustri legati a Ferrazzano: dal celebre attore Robert De Niro e dal grande Totò, al parroco don Giovanni Centenario, figura profondamente legata alla vita religiosa e sociale del paese, fino al poeta ferrazzanese Luigi Antonio Trofa e all'illustre medico Giacomo De Santis.

Sono storie diverse tra loro, ma unite da un filo comune: il legame con Ferrazzano e con la sua identità, attraverso personaggi che hanno contribuito, ciascuno a modo proprio, a rendere questo piccolo borgo protagonista della memoria e della cultura.

1) Robert  De Niro: le radici ferrazzanesi del mito di Hollywood

Robert De Niro, uno dei più grandi attori della storia del cinema, ha radici profonde a Ferrazzano, paese d'origine dei suoi bisnonni paterni, Giovanni Di Niro e Angelina Mercurio, emigrati negli Stati Uniti alla fine dell'Ottocento. Secondo le ricostruzioni genealogiche, la famiglia lasciò Ferrazzano in cerca di nuove opportunità e, durante il percorso migratorio, il cognome Di Niro sarebbe stato registrato come De Niro, forma rimasta poi alla famiglia.

Il legame con Ferrazzano è stato ufficialmente riconosciuto nel 2004, quando al celebre attore venne conferita la cittadinanza onoraria del paese. Nel 2006 De Niro ottenne inoltre la cittadinanza italiana, mantenendo quella statunitense.

Attorno alla sua figura sono nate anche diverse storie. Una delle più curiose racconta di una sua presunta visita in incognito a Ferrazzano, quando era ancora giovane e non aveva raggiunto la fama internazionale. La notizia, tuttavia, non è mai stata confermata e rimane una suggestiva testimonianza della tradizione orale del paese.

Il legame tra De Niro e Ferrazzano continua ancora oggi a essere celebrato dalla comunità attraverso iniziative culturali e artistiche dedicate all'attore. Nel corso degli anni il paese ha ospitato proiezioni e manifestazioni legate alla sua figura e alle sue origini, mentre al Teatro del Loto è stato realizzato anche un grande murale dedicato a Robert De Niro.

Ogni anno, inoltre, Ferrazzano rinnova il ricordo delle sue origini attraverso iniziative e momenti dedicati alla figura di De Niro, mantenendo vivo il filo che unisce il piccolo borgo molisano alla grande storia del cinema internazionale.

Una storia che dimostra come, anche a distanza di generazioni, le radici di una famiglia possano continuare a vivere nella memoria di un'intera comunità.

 "Documentario Ferrazzano" – Quotidiano Web

https://www.youtube.com/watch?v=SfQ5v0WdUSk&t=1917s

2) TOTO' e FERRAZZANO: Storia di nobiltà, memoria e appartenenza 👑🎭

Tra i vicoli in pietra e le storie custodite dal nostro borgo, ce n'è una particolarmente affascinante: quella che lega Ferrazzano ad Antonio De Curtis, in arte Totò, una delle più grandi icone del cinema e della cultura italiana.

Nato nel 1898 nel rione Sanità di Napoli, Totò visse una straordinaria parabola di talento, successo e riscatto. Cresciuto senza il riconoscimento del cognome paterno, dedicò gran parte della sua vita alla ricerca delle proprie origini e alla ricostruzione della storia della sua famiglia. Quando raggiunse la fama, intraprese una lunga e complessa ricerca araldica, arrivando a far valere anche legalmente le proprie rivendicazioni nobiliari.

È proprio attraverso questa ricerca che emerse il legame con Ferrazzano. Secondo le ricostruzioni genealogiche legate alla famiglia De Curtis, agli inizi del Seicento Scipione De Curtis fu signore feudale di Ferrazzano e risiedette nel Castello Carafa, lasciando una testimonianza tangibile della presenza della famiglia nello stemma in pietra ancora conservato all'interno del maniero.

Dopo una lunga battaglia legale, Totò ottenne il riconoscimento di numerosi titoli nobiliari e tra questi assunse anche quello di Conte di Ferrazzano, titolo che occupava un posto particolare nella sua complessa vicenda personale e familiare.

Il legame con il nostro paese non rimase però soltanto una questione genealogica. Negli ultimi anni della sua vita, nonostante le ormai gravi difficoltà alla vista, Totò si interessò personalmente a Ferrazzano e cercò di recuperare l'antico stemma in pietra della famiglia De Curtis, conservato nella piazza d'armi del Castello Carafa. Quel simbolo rappresentava per lui una testimonianza concreta delle proprie origini e di un rapporto con il borgo che sentiva profondamente legato alla propria storia familiare.

Il rapporto tra Ferrazzano e la famiglia De Curtis è proseguito anche dopo la scomparsa del grande attore. Nel 1998, in occasione del centenario della nascita di Totò, il Comune di Ferrazzano conferì alla figlia Liliana De Curtis la cittadinanza onoraria, riconoscendola simbolicamente come erede di quel legame con il paese. In quella stessa occasione le furono consegnate anche le chiavi della città, gesto che rappresentò il suggello di un rapporto costruito nel tempo tra la comunità ferrazzanese e la famiglia del Principe della risata.

Ancora oggi, tra le mura del Castello Carafa, questa storia continua a vivere. È una vicenda che intreccia genealogia, storia e memoria e che rende ancora più particolare il legame tra Ferrazzano e uno dei personaggi più amati e indimenticabili della cultura italiana: Totò.

https://www.youtube.com/watch?v=LyRsUGB_GIY&t=2s

Frame tratti dal Documentario "Ferrazzano" - https://www.youtube.com/watch?v=SfQ5v0WdUSk&t=2965s

3) ✒️ Luigi Antonio Trofa: La Voce Poetica e l'Anima Satirica di Ferrazzano

Se Ferrazzano avesse un'anima messa in versi, avrebbe sicuramente la penna raffinata e l'ingegno brillante di Luigi Antonio Trofa (1879–1936). Ex cavalleggero dall'animo insofferente a ogni schema, giornalista pungente e osservatore acutissimo, Trofa è stato una delle figure più originali e importanti della tradizione letteraria del nostro borgo. Con un'ironia vivace e una profonda sensibilità lirica, ha saputo raccontare come pochi i vicoli, i volti, le abitudini e la quotidianità della vita ferrazzanese, unendo lo spirito del primo Novecento all'autenticità delle radici popolari.

«Con la magia dei suoi scritti fece un soave vivente ritratto di questi luoghi e della nostra gente.»

Trofa seppe trasformare il dialetto ferrazzanese in uno straordinario strumento poetico, valorizzandone la musicalità, l'ironia e la ricchezza espressiva. Tra le sue opere più conosciute figurano Rime Allegre (1928), Vita paesana... com'era una volta (1935) e la raccolta postuma Pampuglie (1973). Molti dei suoi versi furono inoltre messi in musica, diventando nel tempo veri e propri canti della tradizione popolare ferrazzanese. Uomo eclettico e spirito libero, fu anche animatore e fondatore di riviste satiriche, tra cui Il Gufo e Sci-ta-bum, dimostrando una straordinaria capacità di passare dal sarcasmo alla poesia e dalla leggerezza alla più sincera emozione per la sua terra.

La sua eredità continua ancora oggi a vivere nella comunità ferrazzanese. Da ormai cinque anni, il paese celebra la sua memoria attraverso il Premio Poesia “Luigi Antonio Trofa”, un concorso dedicato alla poesia in dialetto ferrazzanese, nel quale i partecipanti presentano componimenti inediti. Un appuntamento che contribuisce a mantenere viva l'identità linguistica e culturale del borgo e a dimostrare come il dialetto possa continuare a essere una lingua poetica, viva e capace di parlare anche alle nuove generazioni.

Il valore di Trofa è stato riconosciuto anche oltre i confini di Ferrazzano. Nel 1971, a trentacinque anni dalla sua scomparsa, gli fu dedicato un marmo commemorativo collocato all'ingresso del suggestivo Belvedere di Piazza Spensieri, a testimonianza del profondo legame tra il poeta, la sua terra e la comunità molisana.

Ancora oggi, attraverso i suoi versi, le sue opere e le iniziative che ne mantengono viva la memoria, Luigi Antonio Trofa continua a raccontare Ferrazzano, restituendoci attraverso la poesia il volto, la voce e l'anima di un paese che non ha mai dimenticato il suo poeta.

Immagine tratta da: "Ferrazzano nella storia" di Luigi Baranello.

4) Il Medico di Ferrazzano che Sfidò il Colera: Storia di Giacomo De Sanctis

Giacomo De Sanctis, o De Santis, è stato una delle figure più importanti dell'Ottocento ferrazzanese, ricordato non soltanto per la sua lunga attività di medico condotto, ma anche per la sua passione per la ricerca e per le sue intuizioni nel campo delle scienze mediche.

Nato a Ferrazzano, intraprese gli studi di medicina a Napoli, dove conseguì la laurea presso l'Università degli Studi della città partenopea. Tornato nel suo paese, dedicò gran parte della sua vita alla cura della comunità, ricoprendo per molti anni il ruolo di medico condotto di Ferrazzano. La sua attività non si limitò però all'assistenza sanitaria: ricoprì anche l'incarico di Vice Direttore del Circondario di Campobasso, distinguendosi per competenza e impegno.

Accanto alla professione medica coltivò una profonda passione per la ricerca scientifica e per lo studio delle epidemie che colpivano le popolazioni dell'epoca. Tra i suoi interessi più significativi vi furono proprio le malattie infettive e, in particolare, il colera. Secondo le ricostruzioni a lui dedicate, De Sanctis fu tra i primi studiosi a ipotizzare il ruolo di microrganismi nella diffusione della malattia, intuizioni che si inseriscono nel più ampio percorso scientifico che avrebbe portato alla nascita della moderna microbiologia.

La sua figura è stata riscoperta e valorizzata anche in tempi recenti. Nel 2016 la sua biografia è stata inserita nel Nuovo Compendio Storico degli Scienziati del Molise, curato dal professor Carlo de Lisio, riconoscendone il contributo alla storia scientifica della regione. L'anno successivo, nel 2017, il Comune di Ferrazzano ha voluto rendere omaggio alla sua memoria collocando una targa commemorativa sulla sua casa natale, nel cuore del borgo.

Oggi il nome di Giacomo De Sanctis rappresenta una testimonianza importante di come anche da un piccolo paese potessero emergere uomini capaci di unire dedizione alla propria comunità, professione e passione per la ricerca, lasciando un segno nella storia della medicina e nella memoria di Ferrazzano.

Ritratto ripreso dal libro "Ferrazzano nella storia" di Luigi Baranello

5) Don Giovanni e Ferrazzano: Guida Spirituale, Custode della Storia e Pilastro della Comunità ⛪️

Ci sono figure che non si limitano ad abitare un luogo, ma ne diventano le fondamenta umane e culturali. Don Giovanni, storico e indimenticato parroco di Ferrazzano, rappresenta esattamente questo: una guida spirituale eccezionale, un uomo di profonda cultura e un punto di riferimento imprescindibile che ha segnato la vita e l'identità del nostro borgo.

Per decenni, la figura di Don Giovanni è stata il battito cardiaco di Ferrazzano. Con una dedizione infaticabile e un'umanità fuori dal comune, ha guidato la parrocchia di Santa Maria Assunta, accogliendo generazioni di ferrazzanesi nei momenti più importanti della loro vita.

Non è stato soltanto il sacerdote che celebrava i sacramenti, ma un vero padre di comunità: sempre pronto ad ascoltare, ad aiutare le famiglie nei momenti di difficoltà e a trasmettere ai giovani i valori della solidarietà, del rispetto e dell'amore per la propria terra.

Accanto alla sua vocazione pastorale, Don Giovanni ha coltivato una passione smisurata per la storia locale, la cultura e il patrimonio artistico di Ferrazzano:

  • Innamorato dell'arte e dell'architettura: Ha custodito e valorizzato con cura immensa i tesori della Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Assunta, compresi gli antichi altari e le preziose opere d'arte sacra, consapevole che ogni pietra raccontasse la fede di un popolo.

  • Memoria viva delle tradizioni: È stato il grande promotore delle festività patronali e delle ricorrenze religiose che ancora oggi animano il borgo, mantenendo vivi quei riti antichi che legano i ferrazzanesi di oggi alle loro radici.

  • Ponte tra passato e futuro: Con la sua profonda conoscenza degli archivi parrocchiali e delle vicende del paese, Don Giovanni è stato una fonte inesauribile di racconti per storici, ricercatori e giovani curiosi di riscoprire il passato di Ferrazzano.

Una vita così densa di amore e dedizione non poteva che essere premiata dal tempo: Don Giovanni è vissuto per più di cento anni, attraversando quasi un secolo di storia del nostro paese.

Al compimento del suo centesimo compleanno, l'intera comunità di Ferrazzano si è stretta attorno a lui in una grande, calorosa e indimenticabile festa. Un tributo corale e commosso per ringraziare il "suo" parroco per un secolo di vita speso interamente al servizio della fede e della gente del borgo.

Oggi il ricordo di Don Giovanni continua a vivere nel cuore di chi lo ha conosciuto e nelle pietre stesse di Ferrazzano, ricordandoci che la forza di una comunità risiede nell'affetto e nella cura reciproca.

Frame tratto da "Ferrazzano CB" -  https://www.youtube.com/watch?v=hbihyl_1KKc&t=852s

ABITI E COSTUMI TRADIZIONALI

Attraverso lo studio delle fonti d'archivio, delle stampe d'epoca e delle memorie storiche, riemerge il fascino dell'antico abbigliamento popolare di Ferrazzano. Un viaggio nel tempo tra tessuti di lana locale, colori vivaci e dettagli finemente lavorati che raccontano l'eleganza quotidiana e festiva della nostra gente.

🤵‍♂️ L'Abito Maschile: L'Eleganza del Contadino Ferrazzanese

L'abbigliamento dell'uomo ferrazzanese univa la praticità del lavoro nei campi a un gusto estetico vivace e ricercato, caratterizzato dall'uso del tipico "abito di corto". I documenti e le preziose raffigurazioni dell'epoca permettono di ricostruire nei minimi dettagli i colori e lo stile tradizionale degli uomini del nostro borgo:

  • La Camicia: In lino o cotone bianco, caratterizzata da un colletto rialzato sul retro con ampi risvolti.

  • La Camiciola: Un vero tocco di colore in lana rossa con scollatura girocollo, finemente orlata lungo i bordi e le asole da una fettuccia celeste con bottoni in tinta.

  • La Giacca (Giamberga): Un'elegante giacca lunga in lana color ruggine, priva di colletto ma impreziosita da alti polsini, rivettata interamente con fettuccia celeste e arricchita da numerosi bottoni azzurri.

  • I Calzoni: Realizzati nel tipico panno di lana blu locale, lunghi fin sotto il ginocchio e stretti da pratici lacci.

  • I Dettagli e le Calzature: Completavano l'abito le calze di pezza e le robuste scarpe in cuoio realizzate in un unico pezzo con fibbia metallica.

  • Il Cappello: Immancabile il cappello in feltro nero a falda tesa con cupola bassa, cinto da una fascetta rossa e indossato sopra un berrettino bianco.

💃 L'Abito Femminile: Grazia, Colori e Dettagli Preziosi

L'abito della donna ferrazzanese è un vero e proprio inno alla femminilità e alla cura dei particolari, testimoniato da storiche illustrazioni del costume molisano:

  • La Camicia: Vaporosa e in cotone bianco, con una generosa scollatura e ricchi volantini ad impreziosire i polsi.

  • Il Corpetto e le Maniche: Un corpetto molto aderente abbottonato sul davanti, a cui venivano allacciate le maniche lunghe e strette tramite eleganti cordelline o nastri.

  • La Gonna e il Grembiule: Una gonna ampia arricciata in vita e lunga fino alle caviglie, sovrapposta da un grembiule corto in cotone o seta rifinito con preziosi galloni in rilievo.

  • I Fazzoletti e la Scolla: Sulle spalle un vivace fazzoletto in seta policroma con alte frange, piegato a triangolo e appuntato sul petto con una spilla. Sulla testa, un fazzoletto di cotone annodato con grazia sotto la nuca.

  • Acconciatura e Ori: I capelli venivano divisi in due bande precise e raccolti sulla nuca lasciando scoperte le orecchie, così da sfoggiare gli ori della tradizione, tra cui spiccavano immancabili i grandi orecchini pendenti.

  • Calze e Scarpe: Ai piedi, calze bianche in lana o cotone lavorate interamente ai ferri e robusti scarponcini in cuoio.

Immagini tratte da "Ferrazzano nella storia" di Luigi Baranello

PIATTI TIPICI e GASTRONOMIA 

La cucina di Ferrazzano racconta la semplicità e i sapori autentici della tradizione contadina. Piatti genuini e sostanziosi si affiancano a dolci tradizionali, preparati soprattutto nelle feste, custodendo profumi e ricette tramandati nel tempo.

PIATTI TIPICI

1. La Lanata (Pizza di Granone con Fagioli e Patate)

È il piatto simbolo della fatica nei campi. La "lanata" è la pizza di mais che fa da base croccante alla morbidezza dei legumi.

Ingredienti: Farina di mais (granone), fagioli secchi, patate, cipolla cruda, strutto o olio EVO, peperoncino, sale.

Passaggi:

  1. I Legumi: Metti a bagno i fagioli la sera prima. Cuocili in una pignata di terracotta vicino al fuoco con acqua e patate a pezzi finché non diventano teneri.

  2. La Pizza (Lanata): Impasta la farina di mais con acqua bollente salata fino a ottenere un composto sodo. Stendilo in una teglia (o direttamente sul suolo del camino pulito).

  3. La Cottura: Copri con la "coppa" (campana di ferro) e ricopri di brace. Deve diventare dorata e croccante fuori, restando umida dentro.

  4. L'Unione: Spezzetta la pizza calda e uniscila nella pignata con i fagioli e le patate. Schiaccia il tutto grossolanamente con una forchetta.

  5. Il Tocco Finale: Servi con fette di cipolla cruda e un giro d'olio o lardo soffritto piccante.

2. La Ciambotta Ferrazzanese

A differenza di altre versioni italiane, qui la salsiccia è protagonista insieme alle verdure dell'orto.

Ingredienti: Peperoni cornetto, patate, salsiccia stagionata o fresca, pomodori maturi, basilico, olio, sale.

Passaggi:

  1. Salsiccia: Rosola la salsiccia a pezzi in padella con un filo d'olio finché non è dorata. Toglitela e mettila da parte.

  2. Verdure: Nella stessa padella (per sfruttare il grasso della carne), friggi le patate a cubetti. Una volta pronte, mettile da parte. Fai lo stesso con i peperoni a listarelle.

  3. Sughetto: Soffriggi il pomodoro fresco con il basilico per 10 minuti.

  4. Assemblaggio: Riunisci salsiccia, patate e peperoni nel sugo. Lascia insaporire a fuoco bassissimo per altri 5-10 minuti affinché i sapori si fondano perfettamente.

Tra le ricette più tradizionali si trova anche il baccalà alla racanata, cucinato a strati in una pentola bassa. Gli ingredienti – cipolle, baccalà, aglio, prezzemolo, pomodoro, olio, origano e poca acqua – venivano disposti con cura e lasciati cuocere lentamente a fuoco basso, senza fretta, secondo i tempi della cucina di una volta.

3. Baccalà alla Racanata (Arracanato)

"Arracanare" significa ricoprire di pangrattato o ingredienti che creano una crosticina saporita.

Ingredienti: Baccalà già ammollato, mollica di pane, noci tritate (opzionali), uvetta (opzionale), pomodorini, aglio, prezzemolo, origano, olio EVO.

Passaggi:

  1. Preparazione: Taglia il baccalà a pezzi e asciugalo bene.

  2. La Panatura: Prepara un mix di mollica di pane, prezzemolo tritato, aglio, origano e abbondante olio.

  3. Strati: In una teglia bassa, fai un letto di cipolle affettate e qualche pomodorino. Adagia il baccalà.

  4. Copertura: Copri ogni pezzo con il mix di mollica, premendo bene.

  5. Cottura: Aggiungi un filo d'acqua sul fondo (senza bagnare la mollica) e inforna a 180°C finché la superficie non è ben gratinata e il pesce tenero.

4. I Cavatelli con il sugo di "Tracchiole"

Il classico pranzo della domenica.

Ingredienti: Cavatelli fatti a mano, tracchiole (costine di maiale), passata di pomodoro, lardo, cipolla, vino rosso.

Passaggi:

  1. Il Soffritto: Batti il lardo con la cipolla e fallo sciogliere in una pentola di coccio.

  2. La Carne: Rosola bene le tracchiole. Sfuma con il vino rosso.

  3. La Salsa: Aggiungi il pomodoro e cuoci a fuoco lentissimo ("pipiando") per almeno 3 ore. La carne deve staccarsi dall'osso.

  4. Condimento: Cuoci i cavatelli, scolali e saltali nel sugo denso e scuro.

5. Lu Casciatiell (Rustico Pasquale)

Un rustico ricco che celebra la fine del digiuno quaresimale.

Ingredienti: Pasta lievitata (tipo pane), uova, formaggio pecorino stagionato, formaggio primosale, salame molisano o soppressata a cubetti.

Passaggi:

  1. Ripieno: In una ciotola sbatti molte uova con abbondante pecorino grattugiato finché non ottieni una crema densa. Aggiungi il formaggio fresco a pezzi e il salame.

  2. Farcitura: Stendi la pasta in una teglia alta, versa il composto di uova e formaggio.

  3. Chiusura: Copri con un altro disco di pasta o crea delle strisce come per una crostata.

  4. Cottura: Inforna finché non diventa gonfio e dorato.

6. Pizza e Minestra (Pizza de Grandinie)

È il piatto "povero" per eccellenza, un equilibrio perfetto tra la dolcezza delle verdure di campo e la consistenza della farina di mais.

  • Ingredienti: Farina di mais, acqua bollente, erbe di campo (cicoria, bietole, scarola, finocchietto selvatico), fagioli, olio EVO, aglio e peperoncino.

  • Preparazione:

    1. La Pizza: Impasta la farina di mais con acqua bollente salata e un filo d'olio. Stendila bassa in una teglia e cuocila in forno (o sotto la coppa) finché non è ben croccante.

    2. La Minestra: Pulisci e lessa le erbe di campo. In una padella capiente, fai soffriggere aglio, olio e peperoncino, poi ripassa le verdure aggiungendo i fagioli già cotti.

    3. L'Incontro: Spezzetta la pizza di mais ancora calda all'interno della minestra. Mescola bene sul fuoco per un paio di minuti affinché la pizza assorba il brodo delle verdure, ma rimanga comunque consistente.

7. Fagioli con le Cotiche (Fasciuole e Cutine)

Un piatto invernale, energetico e dal sapore intenso.

  • Ingredienti: Fagioli, cotiche di maiale, passata di pomodoro, sedano, carota, cipolla, prezzemolo.

  • Preparazione:

    1. Le Cotiche: Pulite e raschiate bene le cotiche, lessale in acqua bollente per circa 20 minuti per sgrassarle, poi tagliale a striscioline.

    2. Il Sugo: In una pignata, fai un soffritto con gli odori e aggiungi le cotiche. Unisci la passata di pomodoro e lascia cuocere lentamente.

    3. La Cottura: Quando le cotiche sono quasi tenere, aggiungi i fagioli (precedentemente lessati). Lascia borbottare finché il sugo non diventa denso e "appiccicoso", segno che la gelatina della cotica si è sciolta.

8. Cacio e Ova (Pallotte o versione in umido)

A Ferrazzano e in Molise, questa combinazione si trova spesso sotto forma di "pallotte" (polpette) cotte nel sugo.

  • Ingredienti: Uova, formaggio pecorino stagionato grattugiato, mollica di pane raffermo, prezzemolo, aglio, sugo di pomodoro semplice.

  • Preparazione:

    1. L'Impasto: In una ciotola unisci uova, abbondante pecorino, mollica sbriciolata, aglio tritato e prezzemolo. Lavora fino a ottenere una consistenza modellabile.

    2. Le Pallotte: Forma delle palline grandi come una noce e friggile brevemente in olio bollente (o, per una versione più leggera, tuffale direttamente nel sugo).

    3. La Cottura: Immergi le pallotte in un sugo di pomodoro leggero e lasciale cuocere per 10-15 minuti. Diventeranno soffici e raddoppieranno quasi di volume.

9. Cipolle Arracanate

  • Ingredienti: Cipolle rosse o bianche, pangrattato, origano, olio EVO, aceto di vino bianco, sale e pepe.

  • Preparazione:

    1. Taglio: Taglia le cipolle a fette spesse o a metà se sono piccole.

    2. Condimento: Disponile in una teglia, irrorale con olio e un goccio d'aceto. Ricoprile con un mix di pangrattato, abbondante origano, sale e pepe.

    3. Gratinatura: Inforna a 190°C finché la cipolla non diventa tenera e la "racanatura" (la crosticina) non è ben dorata.

10. Pizza con i Cicoli (Pizza con i frittole)

  • Ingredienti: Pasta di pane lievitata, cicoli (pezzetti di grasso di maiale croccanti rimasti dalla fusione dello strutto), pepe nero.

  • Preparazione:

    1. L'Impasto: Prendi la pasta del pane e lavorala incorporando generose manciate di cicoli e abbondante pepe nero.

    2. Stesura: Stendi l'impasto in una teglia unta con lo strutto.

    3. Cottura: Lascia lievitare ancora un'ora e poi inforna a 200°C. Si mangia calda, quando il grasso dei cicoli rende la pasta morbida e saporita.

Immagini tratte dal documentario "Ferrazzano (CB)" dal canale YouTube "Borghi d'Italia"

https://www.youtube.com/watch?v=hbihyl_1KKc&t=784s

I Dolci della Tradizione

1. I Pepatelli 

Tipici del periodo natalizio ma amati tutto l'anno.

Ingredienti: Miele, farina, mandorle intere, pepe nero, buccia d'arancia grattugiata.

Passaggi:

  1. Impasto: Scalda il miele finché non diventa liquido. Unisci il pepe, l'arancia e le mandorle.

  2. Formatura: Aggiungi la farina finché non riesci a formare dei filoncini stretti e lunghi.

  3. Cottura: Inforna a 170°C per circa 20 minuti.

  4. Taglio: La parte fondamentale: taglia i filoncini a fettine sottilissime mentre sono ancora bollenti (appena si raffreddano diventano durissimi!).

Un piccolo segreto ferrazzanese: Una volta tagliati e raffreddati, i pepatelli sono perfetti se gustati bagnati in un bicchiere di vino cotto o di mosto, che ne esalta la nota speziata!

2. Le Ferratelle

Si prepara una pastella di uova, zucchero, farina e olio (spesso profumata all'anice). Si cuociono con il tipico "ferro" arroventato sul fuoco che imprime il disegno a rombi o a grata. Possono essere croccanti o morbide.

3. Le Pastarelle

Sono i classici biscotti da latte della nonna. Si usano uova, farina, zucchero e ammoniaca per dolci (che conferisce la tipica alveolatura). Vengono modellate a mano e spolverate di zucchero semolato prima di andare in forno.

4. Le Zeppole

Tipiche di San Giuseppe, ma amate sempre. Sono bignè fritti (o al forno) farciti con crema pasticcera e guarniti con un'amarena sciroppata. A Ferrazzano la versione tradizionale è spesso quella fritta, bella gonfia e dorata.

Ogni piatto racconta una storia di territorio, famiglia e cultura, offrendo un’esperienza autentica e indimenticabile per chi desidera scoprire i sapori tradizionali del borgo molisano.

Immagini tratte dal documentario "Ferrazzano (CB)" dal canale YouTube "Borghi d'Italia"

https://www.youtube.com/watch?v=hbihyl_1KKc&t=784s

SPIZZICANDO PER IL BORGO 🍴

C’è stata un’esperienza capace di trasformare il respiro silenzioso dei nostri vicoli in un’esplosione di profumi e convivialità, un appuntamento che per anni ha rappresentato il cuore pulsante dell’estate ferrazzanese: Spizzicando per il Borgo. Questa manifestazione non è mai stata una semplice degustazione, ma un racconto corale scritto tra le pietre del centro storico, dove l’enogastronomia diventava la chiave magica per aprire le porte della nostra identità. Immaginate di varcare le soglie del borgo antico e lasciarvi guidare non da una mappa, ma dal profumo del sugo che sobbolle lentamente o dalla fragranza del pane appena sfornato, in un percorso itinerante dove ogni angolo offriva una scoperta e ogni piazzetta un brindisi. Muniti di calice e curiosità, i visitatori si perdevano tra i varchi illuminati a festa, fermandosi a "spizzicare" le eccellenze del territorio: dai cavatelli fatti a mano ai formaggi intensi delle nostre colline, ogni boccone era un omaggio alla sapienza delle mani ferrazzanesi.

L’atmosfera era quella di una grande tavolata senza confini, dove il confine tra ospite e residente svaniva tra una risata e un racconto, mentre la musica popolare e il ritmo degli stornelli facevano vibrare l'aria fresca che sale dalla valle fino alle mura del Castello Carafa. Per la nostra Pro Loco, Spizzicando per il Borgo ha rappresentato l'orgoglio di mettere in mostra il volto più autentico e gioioso di Ferrazzano, dimostrando che la nostra storia non si ammira soltanto con gli occhi, ma si assapora lentamente, un sorso di vino e un assaggio alla volta. Anche se oggi quel cammino di sapori vive nel ricordo di chi lo ha attraversato, il suo spirito rimane intatto: è la testimonianza di una comunità che sa accogliere con il cuore e che riconosce nella condivisione di un piatto la forma più alta di amicizia e tradizione. 

Immagini tratte dal documentario "Ferrazzano (CB)" dal canale YouTube "Borghi d'Italia"

https://www.youtube.com/watch?v=hbihyl_1KKc&t=784s

TOUR  ed ESPERIENZE 🚶‍♂️

Ferrazzano, borgo d'eccellenza!

Ferrazzano entra ufficialmente nel ristretto novero dei borghi più belli d’Italia, ottenendo la Bandiera Arancione, il prestigioso marchio di qualità turistico-ambientale del Touring Club Italiano. Questo riconoscimento non è un semplice premio, ma una certificazione rigorosa assegnata ai Comuni dell’entroterra (con meno di 15.000 abitanti) che sanno distinguersi per un’accoglienza d’eccellenza e una gestione sostenibile del territorio.

Un primato storico per il territorio

L'assegnazione della Bandiera Arancione a Ferrazzano segna una tappa storica: è infatti la prima volta che questo riconoscimento viene conferito a un comune della provincia di Campobasso. Ferrazzano si unisce così al ristretto gruppo molisano composto da Agnone, Frosolone e Scapoli, portando finalmente il vessillo della qualità turistica nel cuore del capoluogo di regione.

Perché Ferrazzano è stata scelta?

Il Touring Club Italiano ha motivato la scelta premiando l'armonia e la cura del nostro borgo. Tra i punti di forza che hanno convinto la commissione spiccano:

  • Omogeneità architettonica: Il centro storico è stato giudicato un esempio perfetto di conservazione, dove la pietra viva e le antiche strutture creano un’atmosfera autentica e senza tempo.

  • Arredo urbano e cura dei dettagli: La manutenzione impeccabile delle strade e delle piazze rende il borgo un "salotto all'aperto", ideale per essere esplorato rigorosamente a piedi.

  • Accoglienza del "Turista Curioso": Ferrazzano è stata definita una meta perfetta per chi cerca un turismo lento, capace di svelare importanti attrattori storico-culturali nascosti tra le sue strette vie e i suoi scorci panoramici.

Una garanzia per il visitatore

Essere un "Borgo Arancione" significa garantire a chi ci visita un'esperienza di qualità superiore: servizi turistici efficienti, informazioni puntuali, un patrimonio tutelato e, soprattutto, l'ospitalità calorosa tipica della nostra gente. Non è solo un punto di arrivo, ma un impegno che la comunità di Ferrazzano rinnova ogni giorno per proteggere la propria bellezza e offrirla al mondo.

Testi elaborati sulla base dei dati ufficiali del Touring Club Italiano e delle comunicazioni istituzionali del Comune di Ferrazzano.

Notizie tratte da Primonumero.it e Ferrazzano Quotidiano Web.

https://www.primonumero.it/2018/01/al-borgo-la-bandiera-arancione-del-touring-club-per-il-centro-storico/1516726164/